mercoledì 9 settembre 2015

Selfless e il mito dell’immortalità

di Alberto Carrara, L.C.

Non faccio in tempo a scendere le scalette dell’aereo che lunedì mi ha riportato da Santiago del Cile a Roma ed ecco il nuovissimo neuro-film: Self/less, scritto anche Selfless, film del 2015 diretto da Tarsem Singh con protagonisti Ryan Reynolds e Ben Kingsley. Nemmeno farlo a posta: questo film, che esce domani (10 settembre) nelle sale italiane, è una perfetta sintesi dei miei corsi sul post-umanismo e il mito dell’immortalità che per le ultime 4 settimane ho impartito all’Università Finis Terrae di Santiago del Cile. Ma vediamo per sommi capi la trama e le tematiche antropologiche e neurobioetiche che abborda.

Diretto da Tarsem Singh, Selfless narra la storia di un milionario, costruttore di New York, che, dopo anni di intenso lavoro e di grandi successi, scopre di essere affetto da un cancro terminale. Ecco la prima grande tematica antropologica: quella relativa alla realtà della caducità e della morte umana.


Ma, e un “ma” c’è sempre, specie nell’era dei progressi tecnologici e neuroscientifici per i milionari che se lo possono permettere!

Al protagonista viene concessa l’opportunità di trasferire la sua coscienza nel corpo di un giovane uomo. In questa brevissima frasetta sono condensati argomenti e speculazioni antropologiche e neuroscientifiche colossali. È la sintesi delle visioni post-umanistiche del progetto 2045 di Dmitry Itskov! Trasferir(si), se la persona umana coincidesse con l’autocoscienza e se questa potesse realmente venir decodificata dal cervello ed essere trasferita come informazione ad un altro “corpo”, in questo caso “umano”, ma non necessariamente (vi ricordate i recentissimi: Avatar, 2009; Transcencence, 2014; Lucy, 2015).

C’è poi un secondo “ma” a questo punto del film. Riuscito il trasferimento dell’autocoscienza dal corpo malato al corpo sano considerato “un involucro”, il protagonista scopre pian piano che il suo nuovo corpo non era in realtà “carne vuota” come gli era stato promesso, bensì era in precedenza esso stesso dotato di una coscienza e aveva una famiglia... insomma, era un’altra persona!

L’uomo così inizia a scoprire i segreti dell'origine del corpo che lo ospita. 

Altre tematiche correlate, oltre alle neuroscienze della “coscienza” invocate come soluzioni terapeutiche, sono quelle relative all’immortalità e al significato della nostra corporeità umana.

Una frase ad effetto svela i retroscena di questo apparente e bellissimo incanto di supposta immortalità: “non c’è né scienza, né progresso, senza sacrificio”!

E qual’è il sacrificio?

La recensione più votata sul sito Filmtv.it firmata da Giulio Sangiorgio ce lo svela:

“L’immortalità? Esiste, ed è un bene di lusso. L’occasione, promossa da un medico in assoluto segreto, si chiama “muta”. E non conta che Damian sia malato di tumore al cervello: è come un trapianto di anima. Da Ben Kingsley a Ryan Reynolds, corpo sfinito, involucro sano. Ma l’altissimo costo, si scopre, non è solo in denaro. La nuova carne non è cucita da sarti dell’industria genetica, è il corpo di un morto, Martyrs: un soldato, che s’è venduto per curare la figlia. Self/Less si basa su una semplice legge economica: al privilegio dell’1% corrisponde il sacrificio della nuova schiavitù. Punto. E il punto è nell’ignorare la questione, preservare lo status quo, garantire l’iniquo equilibrio sociale. Non vedere le interferenze d’ingiusto nel flusso edonista di immagini. Per questo ci sono pillole che cancellano il sopruso, la droga che perpetua la cieca ideologia. Damian si sottrae, il sistema reagisce. Tarsem Singh abbandona la sua tronfia estetica kitsch nella casa d’oro del protagonista, e cerca l’efficacia spartana del cinema B: ne esce uno sciatto intrattenimento che barcolla malrecitato sulla strada dei colpi di scena, ma che resta struggente nel proporre alla società del facile oblio il bisogno (letterale e radicale) di farsi carico dei morti, delle loro storie, facendo spettacolo pop e triviale del cruccio morale di tanta alta letteratura, da José Saramago a Winfried Sebald, fino a Javier Marías”.


Vedi il trailer QUI

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