sabato 7 novembre 2015

Cervello e porno-dipendenza, settembre 2015

di Alberto Carrara, L.C.
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)

Dopo aver presentato qualche giorno fa lo studio di marzo 2015 relativo agli effetti della pornografia sul nostro cervello,  quest’oggi riassumo il secondo studio di interesse neuroscientifico e culturale, il più importante perché offre una sintesi ed analizza tutta la letteratura neuroscientifica sull’argomento della dipendenza da Internet, in particolare la dipendenza dalla pornografia. Quest’importante contributo è stato pubblicato sulla rivista Behavioral Sciences il 18 settembre 2015[1].

Il lavoro, intitolato “Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A Review and Update”, a firma di T. Love , C. Laier , M. Brand ,L. Hatch e R. Hajela, si compone di ben 46 pagine, un apparato bibliografico ingente (basti pensare alle 311 note bibliografiche che si trovano alla conclusione dello studio) che non nasconde e motiva le critiche di una certa incomprensione delle “neuroscienze della dipendenza” (addiction neuroscience) mosse al recente DSM-5Ma analizziamo brevemente i punti forti di questo studio.

In primo luogo, gli autori sottolineano nell’introduzione che nell’ambito delle cosiddette “dipendenze” si sta realizzando un vero e proprio mutamento rivoluzionario di paradigma; si legge proprio così:

A revolutionary paradigm shift is occurring in the field of addiction that has great implications for assessment and treatment” (p. 389).

Come mai?

Perchè con il progresso degli studi neuroscientifici, si sta sempre più comprendendo che, accanto alle classiche dipendenze da sostanze (come droghe e alcol), diversi comportamenti (o stili di vita) hanno ripercussioni su meccanismi neuronali sovrapponibili a quelli alterati dalle sostanze, come, ad esempio, comportamenti “addittivi” sono in grado di rafforzare i circuiti della gratificazione e ricompensa cerebrali, quelli della memoria, etc. Gli autori dello studio affermano in effetti che:

While “addiction” has historically been associated with the problematic overconsumption of drugs and/or alcohol, the burgeoning neuroscientific research in this field has changed our understanding over the last few decades. It is now evident that various behaviors, which are repeatedly reinforcing the reward, motivation and memory circuitry are all part of the disease of addiction. Common mechanisms among addiction involving various psychoactive substances such as alcohol, opioids and cocaine; and pathological behaviors such as uncontrolled gambling, internet use, gaming, pornography and sexual acting out have also been delineated”.

In effetti, l’ASAM (The American Society of Addiction Medicine) nel 2011 aveva esteso la definizione di “dipendenza” includendovi sia quella derivata da sostanze, come quella da comportamenti:

Addiction is a primary, chronic disease of brain reward, motivation, memory and related circuitry. Dysfunction in these circuits leads to characteristic biological, psychological, social and spiritual manifestations. This is reflected in an individual pathologically pursuing reward and/or relief by substance use and other behaviors[2].

All’interno di questo scenario, sebbene l’APA (The American Psychiatric Association) abbia recepito, al redigere l’ultimo DSM-5, l’introduzione delle cosiddette “dipendenze comportamentali” (behavioral addictions) accanto alle dipendenze “tradizionali” (o classiche) da abuso di sostanze, soltanto il rinominato e ridefinito “gioco d’azzardo patologico” (Gambling Disorder oggi ribattezzato nel DSM-5 come Pathological Gambling o PG) vi è stato incluso.

Inoltre, di esso è stata fornita una vera e propria nuova diagnosi detta IGD (Internet Gaming Disorder)[3] ampiamente fondata su numerosi dati neuroscientifici di carattere strutturale, funzionale e psicologico.

Ma allora, cos’è successo nel DSM-5?

Nonostante le premesse concettuali fondate su un’ampia documentazione neuroscientifica, l’APA ha deciso di affermare che l’eccessivo uso si Internet che non coinvolga il gioco online (per esempio, un’uso eccessivo dei mezzi di comunicazione sociale, come Facebook; il consumo di pornografia online) non sarebbe da considerarsi analogo all’ IGD (Internet Gaming Disorder)[4].


Come, invece, ampiamente documentano gli autori del lavoro pubblicato il 18 settembre 2015 su Behavioral Sciences “questa decisione è inconsistente con l’evidenza scientifica esistente ed emergente”[5]. Gli autori sostengono e dimostrano ampiamente nelle 46 pagine di questo studio che:

This decision is inconsistent with existing and emerging scientific evidence, and the conducted review aims at contributing to the ongoing discussion of Internet pornography addiction (IPA) in response to the APA’s request”.

Dopo l’estesa raccolta e analisi della letteratura sull’argomento, gli autori concludono che le evidenze neuroscientifiche sostengono che il consumo di pornografia attraverso Internet è, insieme agli altri comportamenti dipendenti dalla virtualità, potenzialmente addittivo, comportando una de-strutturazione e de-funzionalizzazzione del cervello umano.

Si può leggere l'articolo originale QUI.



[1] Love T, Laier C, Brand M, Hatch L, Hajela R, «Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A Review and Update», Behav Sci (Basel). 2015 Sep 18; 5 (3): 388-433. doi: 10.3390/bs5030388.
[2] American Society of Addiction Medicine (ASAM). Public Policy Statement: Definition of Addiction. Available online: http://www.asam.org/for-the-public/definition-of-addiction (accessed on 30 June 2015).
[3] American Psychiatric Association (APA). Internet Gaming Disorder. Available online: http://www.dsm5.org/Documents/Internet%20Gaming%20Disorder%20Fact%20Sheet.pdf (accessed on 30 June 2015).
[4] American Psychiatric Association (APA). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th ed.; American Psychiatric Publishing: Arlington, VA, USA, 2013.
[5] Love T, Laier C, Brand M, Hatch L, Hajela R, «Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A Review and Update», Behav Sci (Basel). 2015 Sep 18; 5 (3): 390: “This decision is inconsistent with existing and emerging scientific evidence.

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