venerdì 20 novembre 2015

Neuroscienze del fanatismo?

di Alberto Carrara, L.C.
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)
Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani (Roma)

Il 27 febbraio di quest’anno, riprendevo e presentavo il volume 123 della rivista Mente & Cervello dedicato, nel dossier principale, alla tematica estremamente e tragicamente attuale del fanatismo pseudo-religioso e i suoi correlati neurofisiologici e psicologici. La copertina riassumeva, in modo grafica, il Focus dedicato alla tematica di frontiera: “Religione e violenza” che gli editori hanno voluto sintetizzare col titolo in copertina: In nome di Dio.
 
Che cosa si nasconde dietro le seduzioni psicologiche di un estremismo religioso che giustifica violenze e massacri?” si domandano gli editori di M&C. Domanda così tragica alla luce degli attentati di Parigi del 13 novembre. Giovanni Battistuzzi sul Foglio del 17 novembre titola: “Elaborazione del lutto e necessità di una missione. Come cambia la nostra testa dopo le stragi”, riportando l’intervista al neuroscenziato della Sorbona Jacques Perrini. Riprendo alcuni passaggi emblematici dell’intervista che ripropone questa tematica neurobioetica così attuale.

Quanto accaduto “ha avuto e avrà ripercussioni su quella che chiamiamo psiche collettiva, ossia quel insieme di processi neuronali che regolano i rapporti sociali e interpersonali”.

"Perché venerdì non solo Parigi è stata colpita, ma anche Roma, Berlino, Atene, Madrid. Tutti. E’ qualcosa che va oltre Charlie Hebdo. Non è possibile sfuggire a questo".

Perrini da anni studia come l’uomo affronta la morte, le differenze tra il lutto singolo, familiare e le reazioni cerebrali alle prese con stragi, attentati e quant’altro. E quanto successo a Parigi nei giorni scorsi pone nuovi quesiti, una nuova dimensione di ricerca. “Gli attentati hanno cambiato il modo di elaborare la perdita. Se infatti fino a Charlie Hebdo il ricordo era di piazza, il santuario place de la République o la sede del giornale, – continua – nei fatti di venerdì 13 questi si sono moltiplicati. Davanti alle case delle persone decedute negli attentati si sono spontaneamente creati simulacri pubblici. Fiori, candele e messaggi che hanno superato la dimensione privata della perdita. Sono atti che testimoniano come la morte di chi stava al Bataclan, e negli altri luoghi colpiti dal fondamentalismo islamico, non è stata percepita solo come un fatto personale, ma come qualcosa di pubblico, l’evidenziazione inconscia che non è un lutto da elaborare in famiglia, ma è un problema collettivo, che va affrontato da tutti noi che ci sentiamo rappresentati da un modello di vita, quello occidentale”.

Quanto accaduto a Parigi infatti “ha avuto e avrà ripercussioni su quella che sbrigativamente chiamiamo psiche collettiva, ossia quel insieme di processi neuronali che regolano i rapporti sociali e interpersonali”. E’ per questo che mai come in questo momento è “necessaria una risposta culturale veloce, immediata”, una risposta che ridisegni i confini e le basi di quello che possiamo definire il noi, ossia “quelle basi etico-morali che consideriamo Occidente”, per evitare di incorrere in fobie autoannientanti: “Serve avere una missione, uno scopo, qualcosa che ci identifichi. La mancanza di certezze, il relativismo sfrenato, la dereligionizzazione della nostra società se da un lato hanno creato un processo cognitivo che ha posto il concetto di libertà personale e intellettiva al centro del nostro modo di vivere l’occidentalità, dall'altro ci hanno tolto quelle certezze, quei punti di riferimento importanti per una tranquilla esistenza”.

Dopo Parigi si è resa evidente una frattura culturale, un dentro e un fuori: “La domanda a cui rispondere è cosa siamo, cosa siamo diventati? E’ un quesito a cui devo trovare una risposta tutti noi che viviamo e vogliamo continuare a vivere secondo il modello di vita occidentale”. Ma è un quesito che dovrebbe soprattutto essere affrontato dal mondo islamico, dai leader religiosi islamici: “Ora come non mai si è resa necessaria una presa di  posizione dei mussulmani europei. Non si può più prescindere da una loro dura e secca condanna di quanto successo e quanto sta succedendo”.

Secondo il ricercatore nella definizione dei modelli mentali che utilizziamo per la definizione di noi stessi all’interno della realtà che viviamo se l’islam non inizia a “creare una netta distinzione tra islam moderato e islam assassino, c’è il serio rischio che si instauri una pericolosa equivalenza pericolosa tra musulmani e terroristi”.

Un’associazione che avrebbe un duplice effetto: “L’esplosione di una spiccia intolleranza socio-religiosa nella popolazione da un lato e un dilagare di tendenze jihadiste dall’altro. Un circolo vizioso che andrebbe a creare il rafforzamento di quei canali neuronali che stanno alla base della fobia e che potrebbero causare l’offuscamento della nostra capacità di discernimento del giusto dallo sbagliato”.


Tornerò sull’argomento, affrontandolo dal punto di vista delle neuroscienze e della relativa riflessione neurobioetica

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