mercoledì 30 dicembre 2015

Neuroetica. 1973-2015, un neologismo ancora misterioso?

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)

Stiamo per concludere quest’anno 2015, anno ricco di importanti ricerche nell’ambito delle neuroscienze e delle neurotecnologie applicate all’essere umano. Non è il caso di enumerare tutte le pubblicazioni riguardanti il nostro settore d’interesse, la neuroetica. Vorrei soltanto ricordare la pubblicazione da parte dell’editoriale Springer, di quella che ho “ribattezzato” la “bibbia” della neuroetica

Mi riferisco al nuovissimo Handbook of Neuroethics [1], in 3 volumi, 1850 pagine, suddivise in 23 sezioni per un totale di 117 capitoli. Gli editori, Jens Clausen e Neil Levy, nella loro introduzione alla monumentale opera, forniscono una definizione di neuroetica che, a mio avviso, risulta al momento la più completa e speculativamente la più interessante per svariati motivi, non ultimo poiché non riduttiva, ma includente. Ma da dove proviene il termine “neuroetica”? Chi per primo l’ha coniato? Ci sono prove di questo?
Ecco che vorrei oggi soffermarmi su un dato importante che ancora sembra non del tutto acquisito dalla letteratura scientifica che tratta di questo nuovo ambito della riflessione interdisciplinare tra neuroscienze e tutte le altre dimensioni dell’umano che è la neuroetica o neurobioetica. Mi riferisco alla “nascita” del neologismo stesso “neuroethics” o “neuro-ethics”.

In effetti, diverse pubblicazioni riportano come data d’origine del termine gli anni ’80-90, per essere più precisi, il 1989 quando per la prima volta si parlò della figura del “neuroethicist” all’interno dei comitati di bioetica ospedalieri negli USA.


Ho sottolineato due nomi propri, quelli di due protagonisti della storia delle neuroscienze e della neuroetica in particolare. Il primo, che per un errore suppongo tipografico, è (o meglio, era)  l’esperto di stati alterati di coscienza e professore al Hennepin County Medical Center, Minneapolis, Minnesota, USA, Ronal Eugene Cranford (e non Crawford come scritto) che coniò il neologismo “neuroethicist” apparso per la prima volta nella letteratura sin dal titolo del suo articolo del 1989: The neurologist as ethics consultant and as a member of the institutional ethics committee. The neuroethicist (Neurol Clin. 1989 Nov;7[4]:697-713).

Il secondo nome proprio è quello della professoressa della New York School of Medicine, prima, e poi dell’Harvard Medical School, successivamente: Anneliese Alma Pontius. È a lei che si deve l’introduzione nella letteratura scientifica del neologismo “neuro-ethics”! Oltre 15 anni prima di Cranford, la Pontius pubblicava nell’agosto del 1973 (e poi nel 1993 e in altre date) un articolo sulla rivista Perceptual and Motor Skills (1973 Aug; 37[1]: 235-45) dal titolo: Neuro-ethics of “walking” in the newborn.

Riporto di seguito le immagini della prima pagina dell’articolo originale e dell’ultima dove la Pontius esplicita brevemente il neologismo neuro-ethics:

Abstract
Prima pagina originale dell'articolo storico (p. 235)
«By raising such questions, attention is focused on a new and neglected area of ethical concern – neuro-ethics. In the present context, this concept stresses the importance of being aware of neurological facts and implications while experimenting with the newborn's motility» (p. 244).

p. 244, l'ultima, in cui A.A. Pontius
esplicita il neologismo "neuro-ethics"
Due anni fa, ho avuto modo di interscambiare con la professoressa Pontius alcune riflessioni. La ringrazio per la stima concessami. L’11 luglio 2013 la Pontius mi ha gentilmente inviato questo scritto che riporto in forma quasi integrale. Si intitola “Behaviorism”. Essa mi spiega e chiarisce il contesto medico e culturale USA degli anni ‘70 nel quale cominciò a prendere forma la neuroetica.

Offro di seguito a tutti i miei lettori quest’inedita spiegazione augurando un nuovo anno 2016 pieno di intenso amore alla ricerca e alla verità!

«Behaviorism July 11,2013

Dear Professor Alberto Carrara:

Thanks for your interest in my work on "neuro-ethics", beginning l973 and for your questions why I wrote "new and neglected area of ethical concern - neuro-ethics", what was its context at those times and why I used the term "neglected" this new field of ethics.

I am glad you asked: when I wrote those articles four decades ago, behaviorism reigned in the USA, which neglected neurological facts. For example newborns have no anatomical maturity to enable them to walk, and the neurologically uninformed authors of "Walking in the newborn" (Zelazo PR et al. (Science 1972;176:314-315) mistook the innate stepping reflex for independent walking, requiring myelination of the pyramidal tract at about 8 months of life)  as detailed in my paper (AA Pontius: Neuro-ethics of 'walking. Perceptual & Motor Skills. 1973;37:235-245). Zelazo et al. recommended "walking" exercises in newborns, believing that "subtle forces in society "deprives the one-week olds  and "erodes the self-rewarding  activities  underlying the infant's curiosity". My letter to the Science Editor, supported by neuropathology professor Paul I Yakovlev was rejected as being "too late", while another author-supporting letter was accepted weeks later by an anthropologist's irrelevant examples.

Similarly, entire school systems in the USA taught "new math"(also criticized as too soon by mathematician Klein) in kinder garden and began literacy instruction with the "whole word" or "sight reading" method. The latter is actually a picture recognition ability, mediated by a different brain system than alphabetical letter by letter reading. (e.g. children could "read" cat but not "caterpillar").  Millions of USA school children were taught a method for which their brain was not yet mature, contributing to millions of "functionally dyslexics". Neurologically uninformed authorities were experimenting with young children without respecting given anatomical neuro-developmental facts and without consent at those times.

It was said pointedly: "Behaviorists resent the central nervous sytem:"
Thus, neurological facts were neglected and at that time, there was no neurology-base warning on potentially dire effects.

Kind regards
Anneliese Alma Pontius MD, Associate Clinical Professor (ret.), Harvard Medical School

PS Please feel free to ask further questions» (Testo originale).



[1] Cf. J. Clausen – N. Levy (ed.), Handbook of Neuroethics, Springer, Dordrecht 2015, 3 volumi, XXIII sezioni, 117 capitoli, pp. 1850; ISBN: 978-94-007-4706-7 (Print) 978-94-007-4707-4 (Online)

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