lunedì 7 dicembre 2015

Neuroteologia, gli ultimissimi dati

di Alberto Carrara, L.C.
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)

Che c’entrano il cervello, l’esperienza mistica e la riabilitazione dopo un danno neurologico? Beh, apparentemente sembrerebbe il solito accostamento da “neuromaniaci”, eppure, un recente studio comparso sulla rivista Neuropsychologia e pubblicato online lo scorso 26 novembre, ci chiarisce il mistero.

Irene Cristofori, Joseph Bulbulia, John H. Shaver, Marc Wilson, Frank Krueger, e Jordan Grafman, ricercatori dell’Istituto di Riabilitazione di Chicago e dell’Istituto Nazionale (USA) di Disordini Neurologici e Ictus, approfondiscono nel loro studio, i correlati neurali dell’esperienza mistica. È questo il titolo del lavoro che, nell’originale in lingua inglese, suona proprio così: “Neural correlates of Mystical Experience”.

Gli scienziati hanno voluto correlare in modo causale, specifiche aree cerebrali coinvolte nell’esperienza mistica. Il campione in studio è abbastanza particolare: si tratta di un gruppo di 116 soggetti, ex soldati in Vietnam, diagnosticati e classificati secondo la dicitura inglese di “penetrating traumatic brain injury (pTBI)”. L’analisi neurostrutturale di questo campione è stata confrontata con un gruppo di controllo di 32 individui “sani”.

Attraverso un’innovativa neuro-tecnologia, la VLSM (acronimo di Voxel-based lesion-symptom mapping analysis), si è verificata la correlazione causale tra un aumento dell’esperienza mistica e l’attivazione della corteccia temporale e della corteccia pre-frontale dorso-laterale (dlPFC). In effetti, alcuni soggetti che presentavano lesioni selettive a quest’ultima area cerebrale, la dlPFC, manifestavano una più spiccata esperienza mistica.

C’è un punto di partenza interessante di questo studio neuroscientifico. Gli autori riconoscono che le esperienze cosiddette “mistiche”, definite quali credenze soggettive di incontro con un mondo ultra-terreno, trascendente, costituiscono delle reali e diffuse esperienze umane. Anzi, si riconosce che queste esperienze sono ampiamente diffuse intra e inter-culturalmente.

Quali sono le premesse di questo studio? Beh, sarebbero moltissime. La letteratura circa le basi neurofisiologiche dell’esperienza mistica risalgono a molti decenni fa. Potete approfondirne una sintesi in un mio articolo in due parti pubblicato qualche anno fa sulla rivista della Facoltà di Bioetica dell’APRA, Studia Bioethica (prima parte, e seconda parte).

I ricercatori affermano in breve che le precedenti teorie in merito, postulavano che le funzioni cerebrali di ordine esecutivo (executive brain functions), sostenessero o supportassero l’esperienza mistica.

Allo scopo di valutare il possibile ruolo causale di aree cerebrali nell’esperienza mistica, sono state studiate lesioni del cervello. Gli studi anteriori, non riportavano numeri di volontari statisticamente significativi, a detta degli autori del recente studio pubblicato su Neuropsychologia. E se li avevano, non si erano valutate in modo corretto le funzioni cognitive dei soggetti prima dello studio.

I dati ottenuti da questo studio correlano le funzioni cerebrali di ordine esecutivo con le esperienze mistiche, sottolineando che la corteccia pre-frontale dorso-laterale (dlPFC) gioca un ruolo di “down-regulation” (meccanismo di inibizione) nei confronti delle stesse esperienze mistiche.

Ecco allora un possibile target (obiettivo) pratico che sorge dallo studio: reprimendo in diverse maniere quest’inibizione mediata dalla dlPFC, si favorirebbe una maggiore “apertura” (disposizionale o dispositiva) dell’individuo nei confronti delle esperienze mistiche.

Non esiste un locus cerebrale dell’esperienza mistica, non esiste il cosiddetto “God Spot”, come del resto non esistono centri unici di controllo o zone cerebrale esclusive e selettivamente specifiche per singole ed uniche funzioni mentali. Perciò, una maggiore apertura alla mistica non si deve all’attivazione di singole aree cerebrali (Push-theories), bensì, potrebbe darsi inibendo quei “freni” cerebrali mediati da diverse aree corticali di regolazione (Pull-theories).


Questo studio supporta le cosiddette teorie “pull”, rispetto alle “push-theories”. 

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