venerdì 29 aprile 2016

Trapianto di testa = nuova persona?


di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)

Sull’ultimo numero della rivista Neuroethics è stato pubblicato un interessante articolo dedicato ad una delle frontiere più dibattute (almeno al momento) della ricerca neuroscientifica che affonda le sue implicazioni e ricadute tanto nella filosofia (per le implicazioni riguardo all’identità personale, al valore e significato della corporeità,...), come nell’ambito socio-economico e giuridico, ma anche nella cinematografica e che ha reso possibile scenari trans- e post-umanistici. Mi riferisco al cosiddetto “trapianto di testa” (Head Transplant) o più precisamente conosciuto a livello scientifico e tecnico come trapianto di una parte consistente del corpo da un donatore a un ricevente.

Assya Pascalev, Mario Pascalev e l’amico e collega James Giordano firmano un pezzo intitolato Head Transplants, Personal Identity and Neuroethics (Neuroethics 9/1, April 2016, pp 15-22) nel quale, muovendo dalla possibilità teorica di un presunto “trapianto di testa” avanzata e programmata per il 2017 in Cina dal neurochirurgo italiano Sergio Canavero (che riprende gli studi degli anno ‘50, tanto del russo Vladimir Demikov, come gli approfondimenti e la tecnologia del dottor Robert White degli anni ’70), affrontano la spinosa ed affascinante questione neurobioetica relativa all’identità personale.

La domanda a cui si vuol rispondere è semplice, ma allo stesso tempo stuzzica la riflessione tanto metafisica, come sociale e giuridica: l’individuo “risultante” dal presunto trapianto di testa chi sarà? Ma soprattutto, come dovrà venir considerato, dal punto di vista morale, legale, sociale, e perché no, famigliare,...?

Ci potrebbe sembrare che, “incorporando” caratteristiche ibride dei due individui di partenza (donatore e ricevente), il risultato sia un “nuovo” individuo, una nuova persona! Ma è proprio così?

Gli autori chiamano in causa il concetto, caro a quella corrente della filosofia della mente (Mind Philosophy) denominata “esternalismo del mentale”, di “embodiment”, considerandolo (quale prima premessa) il nodo centrale per comprendere in modo integrale l’identità personale.

La seconda premessa che viene avanzata è la seguente: un’alterazione-cambiamento radicale del corpo, modificherà anche radicalmente, di conseguenza, la persona.
Ora, date queste premesse, la conclusione non può che essere che da questo tipo di “trapianto” sorge (come alla fecondazione) una persona diversa, tanto rispetto al donatore (del corpo) come al ricevente.

Anche se la prospettiva proposta risulta feconda e intrigante, non nascondo diverse perplessità, tanto dal punto di vista neuroscientifico (relative alla fattibilità operativa di una tale impresa), come per il maneggio del concetto “embodiment” e la sovrapposizione, nella seconda premessa, del concetto “persona” reso identico al contenuto di quello che in filosofia (ma anche in psichiatria e psicologia) si considera con il termine “personalità”.


Continuerò ad approfondire, nelle prossime settimane, questa questione neurobioetica di estremo interesse. 

Nessun commento:

Posta un commento