sabato 4 giugno 2016

Questioni etiche relative alla neuroprostetica

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica

Nei giorni scorsi ho ripreso la tematica emergente in neurobioetica relativa alla roboetica connessa al cosiddetto potenziamento umano (Human Enhancement). Mi sono chiesto, retoricamente, per introdurre l’argomento, se la roboetica avesse bisogno di una guida etica, per poi considerare alcune definizioni attualissime sulla materia.
Oggi voglio parlare della neuroprostetica, un settore, se così volessimo considerarlo, all’interno della roboetica. Che cos’è la neuroprostetica e di che cosa tratta?
Segnalo un articolo di 22 paginette dell’amico e collega Walter Glannon, filosofo e neuroeticista canadese, pubblicato da poco in The Journal of Neural Engineering ed intitolato, nella mia traduzione italiana “Questioni etiche relative alla neuroprostetica [1].

Glannon definisce e delimita subito il campo d’azione della neuroprostetica: si tratta dello sviluppo e dell’applicazione di dispositivi o sistemi artificiali allo scopo di generare, ripristinare o modulare una varietà di funzioni neurologicamente mediate[2].

A quali funzioni o funzionalità ci stiamo riferendo?

Walter Glannon
Innanzittutto, alle funzioni senso-motorie, visive, uditive, ma anche a quelle emotive, cognitive e, persino, a quelle legate alla volizione, funzioni compromesse in vario grado o persino mancanti a seguito di anomalie congenite, traumatismi cranici di svariata natura, amputazioni, patologie neurodegenerative o del neurosviluppo [3].

Quali dispositivi possediamo oggi in questo settore?

Beh, sono oramai familiari le protesi cocleari, ma si stanno sviluppando sempre più anche i dispositivi visivi, la stimolazione cerebrale profonda (o Deep Brain Stimulation, abbreviata in DBS), quella periferica, le interfaccie cervello-computer (o Brain-Computer Interfaces, BCIs), quelle cervello-cervello (Brain-to-Brain-Interfaces, BTBIs anche conosciute come B2BIs) che fanno pensare ad una futura sorta di “neuro-telepatia”, le protesi ippocampali (o HPs)...

Quali sono le finalità di questi dispositivi tecnologici?

Sono cliniche. Glannon le sintetizza nel bypassare, sostituire o compensare circuiti cerebrali mal funzionanti, danni cerebrali o perdita di arti [4].

Questi sistemi di intervento diretto o indiretto (mediato) a livello cerebrale, suscitano questioni etiche non indifferenti, in primo luogo, nell’ambito clinico di applicazione (basti pensare a considerazioni neurobioetiche relative a: consenso informato, autonomia, libertà, identità personale,...), ma soprattutto, nel contesto di trasferimento di queste applicazioni clinico-terapeutiche a soggetti sani. Quest’ultima considerazione fa sorgere quello che oggi è noto come “potenziamento umano” [5].

L’articolo di Glannon è un’aggiornatissima presentazione e analisi etica dell’applicazione clinica di tali dispositivi tecnologici. Ne consiglio la lettura integrale, cliccando direttamente qui

Una riflessione più estesa del Glannon sul cosiddetto neuropotenziamento la si trova al capitolo 80 (sezione XVI) dell' Handbook of Neuroethics della Springer (2015). 


[1] W. Glannon, «Ethical issues in neuroprosthetics», J. Neural Eng. 13, 2016, pp. 1-22; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26859756 .
[2] W. Glannon, «Ethical issues in neuroprosthetics», J. Neural Eng. 13, 2016, p. 1; «Neuroprosthetics are artificial devices or systems designed to generate, restore or modulate a range of neurally mediated functions».
[3] «These include sensorimotor, visual, auditory, cognitive affective and volitional functions that have been impaired or lost from congenital anomalies, traumatic brain injury, infection, amputation or neurodevelopmental and neurodegenerative disorders» (pp. 1-2).
[4] «…can bypass, replace or compensate for dysfunctional neural circuits, brain injury and limb loss» (p. 2).
[5] «They can enable people with these conditions to gain or regain varying degrees of control of thought and behavior. These direct and indirect interventions in the brain raise general ethical questions about weighing the potential benefit of altering neural circuits against the potential harm from neurophysiological and psychological sequelae. Other ethical questions are more specific to the therapeutic goals of particular neuroprosthetics and the conditions for which they are indicated. These include informed consent, agency, autonomy (free will) and identity» (p. 2)

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