mercoledì 2 novembre 2016

Neuroleadership e visione antropologica

Di seguito presentiamo un estratto dell'intervento del prof. P. Alberto Carrara, L.C., docente dell'APRA (Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma), coordinatore del GdN e Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani alla Tavola-rotonda interdisciplinare: Leadership tra scienza ed etica. Una rivoluzione antropologica nell’educazione delle nuove classi dirigenti svoltasi venerdì 21 ottobre. Il titolo dell'intervento: La necessità di un modello antropologico fondato sulla centralità della persona umana per una neuroleadership integrale
"Innanzittutto chiarisco il termine “neuroleadership” per poi approfondire la visione antropologica che integri le contemporanee conoscenze e sviluppi delle neuroscienze e delle neurotecnologie.
Dal manifesto del neonato INNEL, l’Istituto Italiano di NeuroLeadership, si definisce la Neuroleadership come: “l’applicazione delle neuroscienze, ovvero degli studi scientifici sul cervello umano, alle dinamiche dei gruppi e delle relazioni in campo sociale, cognitivo e affettivo. Il termine ha iniziato a diffondersi dopo esser stato usato per la prima volta nel 2011 sulla rivista americana “Strategy+Buisness” da David Rock con lo scopo di integrare le conoscenze neuro-scientifiche nei settori del management training, del change management e del coaching”.

Quindi, in primo luogo, c’è la dimensione umana, personale, quella fatta da rapporti, relazioni, “dinamiche”. Questa realtà di noi “animali razionali”, la cui razionalità, volontà, emotività, affettività, empatia, ecc. ci fa essere “animali sociali e politici”, per dirla sempre con lo stesso Aristotele.

Oggigiorno, in un’epoca neurocentrica, nell’era d’oro delle neuroscienze, nel secolo XXIo, secolo del cervello, tutte espressioni del neuroscienziato Steven Rose, questo sostrato dinamico-relazionale costitutivo di noi esseri umani, viene indagato ed approfondito in chiave di meccanismi, circuiti, integrazioni a livello cerebrale; per essere più precisi, a livello dei rapporti tra cervello-sistema nervoso-corpo-mente-spirito-ambiente. Ne esce, purtroppo non di rado, specie in contesti di divulgazione e di ricerca di scoop sensazionalistici, una visio e “frammentata”, direi “dimezzata”, “parcellizzata” dell’essere umano. In un estremo, l’uomo macchina (alla Julien Offray de La Mettrie), oggi diremo alla Jean-Pierre Changeaux, l’uomo neuronale; dall’altro, l’uomo ridotto ad una mente disincarnata e disincarnabile, tipica caricatura di scenari trans e post-umanistici. Ma esiste un’opzione al riduzionismo?

Ecco che la riflessione sistematica ed informata sulle neuroscienze e sulle sue interpretazioni, cioè la neuroetica o neurobioetica, ci fornisce un termine chiave per tentare una via di ritorno a quell’unità della persona umana: il termine è “integrazione”, concetto caro alla neuroanatomista statunitense Jill Bolte Taylor e che entra nella visione di una neuroleadership non riduttiva, ma integrale.

Soprattutto, cosa ci dice oggi la neurobioetica sulla leadership?

La riflessione neurobioetica parte da un dato: Il cervello è il convitato di qualunque umanesimo. Non ci possono essere dubbi sul fatto che i nostri comportamenti, sia consci sia inconsci, e le nostre interazioni con l’ambiente animato e inanimato dipendano dal funzionamento del cervello.

Poi, un secondo dato: In realtà, se si escludono alcuni eccessi nella divulgazione al grande pubblico, le conquiste delle neuroscienze possono proporre una visione equilibrata, per nulla de-umanizzante, della natura umana, che prenda in giusta considerazione anche le innegabili radici biologiche di carattere complesse.... Effettivamente, bisogna distinguera tra spot pubblicitario e divulgazione scientifica seria. Solo un’informazione corretta sui dati può contribuire a integrare una visione della natura umana in cui le neuroscienze costituiscano un’asse portante, direi, sostanziale, anche se non unica. Tutte le dimensioni umane, compresa la razionalità, l’affettività, l’emotività, ecc. dovrebbero arricchirsi e non venir svilite, dall’incontro con le neuroscienze.

Nella maniera più assoluta, il grande problema contemporaneo nel dibattito neurobioetico non si concentra sul turbamento o sui potenziali timori che possono sorgere da una concezione, per così dire, “cerebrocentrica” del vivere, bensì la grande sfida è quella dell’integrazione, cioè quella di incorporare i dati e le evidenze empiriche delle neuroscienze all’interno di una cornice più vasta riguardante l’essere umano, capace di contenere, senza ridurle, assorbirle o escluderle a priori, sfere dell’esistenza e del vissuto personale, culturale e sociale irriducibili al mero e spurio meccanicismo elettrochimico cerebrale.
Tale integrazione si rende quanto mai necessaria, non soltanto teoreticamente parlando, bensì soprattutto a livello di modelli di comprensione dell’essere e dell’agire della persona umana in contesto sociale, culturale, politico, tali da fornire risposte adeguate capaci di tradursi, in ultima analisi, in soluzioni che beneficino l’essere umano e il suo sviluppo. Ecco che la visione antropologica conformerà un modello di leadership che poi si tradurrà in determinate strategie. Allora non sarà indifferente il punto di partenza, cioè il modello antropologico.
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La riflessione neurobioetica diviene, oggigiorno, un “ponte” tra la classica bioetica, la filosofia perenne e le moderne neuroscienze; essa ha l’estremo “potere” di ampliare l’orizzonte della speculazione antropologica proprio per il suo tipico approccio interdisciplinare alle sfide dalle neuroscienze. La sua tendenza ad una razionalità “aperta” ad integrare tutte le dimensioni dell’essere umano, inclusa la sua trascendenza e la ricerca del senso del suo essere ed agire, rende ragione di definizioni di “persona umana” che non si collocano nelle abbondanti prospettive riduzionistiche, ma che cercano di coglierne tutte le dimensioni costitutive dell’uomo.
Un approccio integrativo tra ricerca scientifica e riflessione etico-filosofica centrata sui valori, favorirà una leadership integrale al cui centro vi sia la persona umana che si caratterizza sempre quale unità-totalizzante di bimensioni biologiche, psicologiche, sociali e spirituali. Il ridurre la complessità alla sola sfera materiale assolutizzandola non è indifferente, ha delle conseguenze pratiche sia a livello personale, sociale, come della leadership.

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