domenica 14 maggio 2017

2002-2017. Neuroetica: a 15 anni dalla nascita. Un po' di storia per capirne la natura 2

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del GdN e Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani

(continua dal post di ieri) Nella nota dell’editore Steve J. Marcus al volume Neuroethics: Mapping the Fiel viene presentata la definizione di “neuroetica” a cui hanno aderito gli organizzatori del simposio del 2002; si legge: «gli organizzatori della conferenza definiscono “neuroetica” come lo studio delle questioni etiche, legali e sociali che sorgono quando i risultati scientifici sul cervello vengono applicati nella prassi medica, nelle interpretazioni legali e nelle politiche sanitarie e sociali. Questi risultati coinvolgono i settori della genetica, dell’imaging cerebrale, della diagnosi e predizione di malattie. La neuroetica dovrebbe esaminare come i medici, i giudici e gli avvocati, i dirigenti assicurativi e i politici, come pure la gente comune, trattano tali questioni» [1].

Nel suo messaggio di apertura del simposio di San Francisco, Zach W. Hall definiva la neuroetica quale riflessione sulle ampie implicazioni dell’attuale e futura ricerca sul cervello umano [2]. Hall raccontava la genesi delle conferenze di San Francisco, frutto di un incontro tra lui e William Safire avvenuto tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001 nel quale i due, riflettendo sulle questioni bioetiche relative alla ricerca sul cervello, si rendevano conto che i problemi sottesi e le ampie implicazioni delle neuroscienze, meritavano una speciale designazione, quella appunto di “neuroetica”. Hall condensava lo “spirito” che aveva guidato l’organizzazione di questo primo simposio in tre note caratteristiche: (1) l’interdisciplinarietà, (2) la discussione o dialogo e (3) il delineare il nascente “terreno” della neuroetica attraverso le domande etiche più rilevanti della prassi neuroscientifica [3].
Veniamo alla “paternità” del termine “neuroetica”. Tradizionalmente la si fa risalire alla definizione data dal politologo e scrittore del New York Times William Safire, poi divenuta “canonica” e cristallizzata nel simposio del 2002 a San Francisco. Due sono i testi salienti. Il primo, nel quale Safire definisce la neuroetica quale:
«il vaglio [esame o ricerca] di ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo rispetto al trattamento, al miglioramento, o alla violazione sgradita e alla preoccupante manipolazione del cervello umano
the examination of what is right and wrong, good or bad about the treatment of, perfection of, or unwelcome invasion of and worrisome manipulation of the human brain» [4]

Nel secondo testo, il politologo del New York Times affermava che:

«La Neuroetica, secondo il mio vocabolario, è una porzione distinta della bioetica, e cioè la considerazione delle conseguenze [effetti] buone o cattive nella pratica medica e nella ricerca biologica. Ma l’etica specifica della scienza del cervello…
Neuroethics, in my lexicon, is a distinct portion of bioethics, which is the consideration of good and bad consequences in medical practice and biological research. But the specific ethics of the brain science hits home as research on no other organ does. It deals with our consciousness – our sense of self – and as such is central to our being. What distinguishes us from each other beyond our looks? The answer: our personalities and behavior. And these are the characteristics that brain science will soon be able to change in significant ways» [5].

La definizione di Safire poggia sulla consapevolezza di un dato di fatto: il cervello è sì un organo tra altri della corporeità umana, ma è, a differenza di tutti gli altri, un organo speciale:
«Let’s face it: one person’s liver is pretty much like another’s. Our brains, by contrast, give us our intelligence, integrity, curiosity, compassion, and – here’s the most mysterious one – conscience. The brain is the organ of individuality» [6].

Per dirla con le parole del neuroscienziato cognitivo Salvatore Maria Aglioti e il fisiologo Giovanni Berlucchi, che nel libro 2013 hanno pubblicato all’interno della Collana diretta da Giulio Giorello Scienza e Idee dalla Raffaello Cortina Editore l’intrigante volume Neurofobia. Chi ha paura del cervello?:  «Il cervello è il convitato di qualunque umanesimo. Non ci possono essere dubbi sul fatto che i nostri comportamenti, sia consci sia inconsci, e le nostre interazioni con l’ambiente animato e inanimato dipendano dal funzionamento del cervello. Tuttavia, la tesi secondo cui l’impatto delle neuroscienze contemporanee avrebbe indotto un’esagerata “neurologizzazione” della condizione umana sta suscitando accese discussioni nella comunità scientifica e nel dibattito culturale contemporaneo. Il pericolo della (neuro)mania sarebbe testimoniato dall’indebito uso del prefisso “neuro” per designare qualsiasi attività umana. Per i censori dei presunti neuromaniaci tale atteggiamento rischia non solo di sottrarre lo studio della mente alla psicologia, ma anche di far sì che il cervello, supposta quintessenza del riduzionismo e del determinismo della scienza, si candidi arrogantemente a spiegare chi siamo. In realtà, se si escludono alcuni eccessi nella divulgazione al grande pubblico, le conquiste delle neuroscienze possono proporre una visione equilibrata, per nulla de-umanizzante, della natura umana, che prenda in giusta considerazione anche le innegabili radici biologiche di carattere complesse e solo apparentemente vietate all’analisi scientifica come la spiritualità» [7].

William Safire risaliva al 1816-1818, anno quest’ultimo che vide la prima pubblicazione del libro Frankenstein: il moderno Prometeo di Mary Shelley, per inquadrare i temi salienti che confluirono nella neuroetica: dall’ipotesi, poi resa possibilità, di modificare il patrimonio genetico umano, alle visioni sulla produzione della vita in laboratorio (la cosiddetta vita artificiale), dai “sogni” di perfezionamento dell’essere umano, agli attuali scenari sulle diverse tipologie di potenziamento (Human Enhancement), dall’uso delle neuroscienze in ambito giuridico-forense, ai loro usi per ciò che concerne la difesa e l’antiterrorismo, dagli studi sugli stati alterati di coscienze, ai numerosi scenari sul consenso informato, sino alle visioni contemporanee sul post e transumano e l’attualità della riflessione neuroetica sul cosiddetto “primo trapianto di testa” nell’uomo che dovrebbe realizzarsi ad opera del neurochirurgo italiano Sergio Canavero alla fine di quest’anno 2017 in Cina.

A seguito della conferenza di San Francisco, a luglio del 2002, sulla prestigiosa rivista Neuron, la filosofa e neuroscienziata Adina Roskies, presente al simposio, pubblica un commento di tre pagine dal titolo Neuroethics for the New Millenium nel quale suddivide la nascente neuroetica in due rami: da una parte, l’etica delle neuroscienze e, dall’altra, le neuroscienze dell’etica. L’etica delle neuroscienze, a sua volta si divide, per la Roskies, in “etica della pratica” (Ethics of practice) e nelle “conseguenze etiche delle neuroscienze” (Ethical implications of neuroscience). L’etica della pratica, che per la maggior parte coinciderebbe con le questioni bioetiche applicate alle neuroscienze, cioè ad una bioetica speciale riguardante le scienze del cervello, contemplerebbe però anche alcune tematiche proprie della neuroetica come ad esempio quelle riguardanti il consenso informato di pazienti affetti da patologie neurodegenerative o psichiatriche che in diversi gradi compromettono i processi cognitivi. Il ramo delle conseguenze etiche delle neuroscienze riguarderebbe la valutazione dell’impatto etico e sociale delle ricerche neuroscientifiche a 360°: dai diversi potenziamenti, ai medesimi ambiti sottolineati da William Safire (responsabilità morale e legale e studi neuroscientifici su soggetti psicopati carcerati per crimini efferati; questioni di privacy legate alla possibilità di leggere il pensiero attraverso le neurotecnologie e scovare “bugie”; neuroscienze e libero arbitrio; criteri di morte cerebrale, eccetera).  Le neuroscienze dell’etica, invece, sarebbero in pieno l’ambito proprio ed innovativo della neuroetica e potrebbero venir definite come la ricerca sulle nozioni filosofiche “classiche” riguardanti l’uomo (cioè le questioni di antropologia filosofica) lette dalla prospettiva delle funzioni cerebrali, cioè dall’ottica delle neuroscienze. Qui la Roskies presenta una tripartizione di problematiche riguardanti (1) l’intenzione e la scelta, cioè il ruolo tra cognizione ed emozioni nell’ambito etico-morale; (2) l’identità personale, le sue alterazioni e i suoi significati per la persona; (3) le questioni riguardanti la volontà libera, l’auto-controllo o auto-determinazione. 

(continua...)

[1] S. J. Marcus (ed.), «Edotor’s note», in: S. J. Marcus (ed.), Neuroethics: Mapping The Field. Conference Proceedings, The Dana Press, New York 2002, iii.
[2] Z. W. Hall, «Welcome», in: S. J. Marcus (ed.), Neuroethics: Mapping The Field. Conference Proceedings, The Dana Press, New York 2002, 1.
[3] Z. W. Hall, «Welcome», in: S. J. Marcus (ed.), Neuroethics: Mapping The Field. Conference Proceedings, The Dana Press, New York 2002, 2.
[4] W. Safire, «Visions for a New Field of “Neuroethics”», in: S.J. Marcus (ed.), Neuroethics: Mapping The Field. Conference Proceedings, The Dana Press, New York 2002, 5.
[5] W. Safire, «Visions for a…, 6-7.
[6] Ibid., 7.
[7] S. M. Aglioti – G. Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?, Prefazione, Raffaello Cortina, Milano 2013, 11.

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