martedì 16 maggio 2017

2002-2017. Neuroetica: a 15 anni dalla nascita. Un po' di storia per capirne la natura 3

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del GdN e Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani

(continua dal post di domenicaOra, se è pur vero che stiamo festeggiando i 15 anni dal primo simposio sulla neuroetica, è doveroso riconoscere che il neologismo inglese “neuro-ethics” compare nella letteratura, nello specifico, nella letteratura medica-clinica, 44 anni fa, nel 1973. Ecco che, in questo contesto, la “maternità” del neologismo precede il 2002. È la professoressa della Scuola di Medicina di Harvard, Anneliese Alma Pontius che pubblicò per prima un articolo dal titolo: Neuro-ethics of “walking” in the newborn dove, oltre al titolo, il neologismo neuro-ethics appare alla fine del lavoro, nell’ultimo paragrafo, del riassunto conclusivo in cui si afferma: «una nuova e trascurata area dell’interesse etico – la neuroetica
a new and neglected area of ethical concern-neuro-ethics» [1].

È lei stessa a ricordarlo in una nota ad un articolo pubblicato nel 2009 sul sito della DANA Foundation [2]. Importante, a mio avviso, il contesto nel quale sorge il neologismo, connesso ad una realtà già presente negli Stati Uniti tra gli anni ’60 e ’70: mi riferisco al predominio di una corrente psicologica denominata comportamentismo (Behaviourism) che esasperava, nella particolare discussione critica avviata dalla Pontius, l’esclusività di fattori esterni socio-culturali nell’accelerare lo sviluppo motorio nei neonati [3]

La Pontius sottolinea le conseguenze derivanti dalla mancata considerazione dei dati neurologici relativi allo sviluppo, all’organizzazione e alla maturazione del sistema nervoso centrale. La neuroscienziata descrisse in modo critico questa sorta di “potenziamento” motorio mettendo in luce tre grandi ambiti di questioni neuroetiche che venivano trascurate a livello sociale e politico in quegli anni. In un manoscritto inviatomi il 10 luglio 2013 (e che verrà pubblicato il prossimo anno all’interno di un volume sulla materia), la Pontius mi riportava che oltre a quest’ambito specifico, negli Stati Uniti di quell’epoca il comportamentismo, che ignorava e non prendeva in considerazione le ricerche neuroscientifiche, imponeva modelli pedagogici non congruenti con lo sviluppo cerebrale dei giovani a cui, ad esempio, veniva insegnata in età precoce una matematica di alta comprensione cognitiva con l’intento di “potenziare” e far sviluppare meglio certe caratteristiche psichiche. Questi esempi e le relative conseguenze dannose sollevarono considerazioni etiche importanti per tutelare lo sviluppo e la dignità delle persone coinvolte in queste vere e proprie sperimentazioni massive non supportate, anzi, messe fortemente in dubbio dai dati neuroscientifici. Per la Pontius il concetto “neuro-etica” doveva sottolineare così l’importanza dell’essere consapevoli delle evidenze in campo neurologico e delle relative conseguenze in ambito sperimentale e clinico [4].
Nel 1993 la Pontius pubblicò un interessante articolo sul Psychological Report relativo agli aspetti neurofisiologici e neuropsicologici nello sviluppo ed educazione dei bambini [5]. La Pontius ha concentrato le sue ricerche sull’Educational Neuro-Ethics [6].

La storia di questa disciplina è lunga ed avvincente, ma lo spazio per ora a mia disposizione mi impone di concludere questo mio intervento. Lo faccio citando telegraficamente altri autori e arrivando ad una delle ultimissime definizioni di neuroetica che possediamo.

Dal 1973 il termine neuroetica si ritrova nella letteratura medico-clinica: il neurologo Ronald Eugene Cranford (1941-2006) in un articolo scientifico sulla rivista nordamericana Neurologic Clinics, utilizza, per la prima volta nel 1989, l’accezione “neuroeticista” (neuroethicist), sancendo l’ingresso dei neurologi all’interno dei comitati etici ospedalieri; il neurologo, infatti, viene ora considerato come un vero e proprio “assessore etico” e, perciò, a tutti gli effetti, membro dei comitati etici istituzionali. Nell’articolo Cranford sostiene che, dato l’aumento delle problematiche etiche concernenti la pratica neurologica, la presenza di neurologi esperti, faciliterebbe la soluzione adeguata delle tematiche più spinose, una di queste, quella riguardante il fine vita [7].

In ambito filosofico, il neologismo entra in scena soltanto successivamente: agli inizi degli anni ’90 lo si ritrova per la prima volta nella discussione circa le prospettive filosofiche riguardanti il sé (Self) e il suo legame-rapporto col cervello. La filosofa Patricia Smith Churchland nel 1991 pubblicò un articolo intitolato: Our brains, ourselves: reflections on neuroethical questions [8]. La Churchland ha “creato” una vera e propria interpretazione della filosofia in chiave neuroscientifica che ha “battezzato”: neurofilosofia [9].

Il 20 marzo del 2009, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, sorge il Gruppo di Neurobioetica (GdN), una realtà costituita da professionisti e studiosi provenienti da diversi ambiti che, da oltre 7 anni, attraverso una metodologia di approccio interdisciplinare, affrontano sia le questioni etiche delle neuroscienze, come pure le neuroscienze dell’etica [10]. Ascolterete in seguito nel pomeriggio ulteriori approfondimenti proprio sulla scelta del termine “neurobioetica”.

Concludo presentandovi una delle ultime definizioni di neuroetica: quella della monumentale opera del 2014 (versione online) e 2015 (versione cartacea) della Springer, l’ Handbook of Neuroethics dedicata proprio a questa “nuova” disciplina teoretico-pratica. Gli editori, Jens Clausen e Neil Levy, nella loro introduzione “Che cos’è la neuroetica?” (What Is Neuroethics?[11], sottolineano , da una parte, l’importanza delle neuroscienze, oggigiorno The Society of Neuroscience conta con circa 42.000 membri, in circolazione vi sono oltre 220 riviste specializzate nel settore delle neuroscienze e ogni anno vengono pubblicati oltre 25.000 articoli riguardanti il cervello [12]; dall’altra, si enfatizza il fascino e l’urgenza (e la necessità) della riflessione neuroetica, sorta quale «risposta al crescente potere e alla corrispondente persuasività delle scienze della mente» [13]
Dopo aver ripreso la  “classica” bipartizione in “etica delle neuroscienze” e “neuroscienze dell’etica” operata dalla neuroscienziata e filosofa Adina Roskies nel 2002, Clausen e Levy sostengono un’estensione della definizione stessa che non dovrebbe soltanto includere la mera riflessione sulle neuroscienze, ma che dovrebbe espandersi ed includere tutte le altre scienze della mente [14]. Essi definiscono la “neuroetica” caratterizzandola come «riflessione sistematica ed informata sulla neuroscienza ed interpretazione della stessa neuroscienza», includendone, oltre alla neuroscienza, «le correlative scienze della mente (la psicologia in tutte le sue molteplici forme, la psichiatria, l’intelligenza artificiale e così via), allo scopo di capire i loro risvolti per l’autocomprensione umana e i pericoli e le prospettive delle loro applicazioni» [15]. Come ben si afferma, Clausen e Levy propongono di considerare la “neuroetica”, e particolarmente le “neuroscienze dell’etica”, nella loro accezione più estesa possibile, quella che includa la riflessione filosofica delle peculiarità umane quali l’intelletto, la coscienza, la libertà, etc. 

Le neuroscienze ci stanno aiutando sempre più ad identificare quella necessaria base organica in grado di mediare, di manifestare, di rendere possibile l’espressione di qualità umane uniche. Sta a noi non restare soltanto imbrigliati nel fascino che esse suscitano ma tradurre queste potenzialità in strategie terapeutiche, in applicazioni culturali e sociali degne e dignificanti l’essere umano e la sua qualità di vita.


[1] Cf. A. A. Pontius, «Neuro-ethics of “walking” in the newborn», Perceptual and Motor Skills 37 (1), 1973, pp. 235-245; la frase citata è tratta dalla pagina 244; quest’articolo appare nella lista delle pubblicazioni della Pontius consultate al seguente sito: http://hsl.med.nyu.edu/facbib-results/author/pontia01?page=2&src=medical e può essere interamente scaricato in formato PDF al sito: http://www.amsciepub.com/doi/pdf/10.2466/pms.1973.37.1.235.
[2] L’articolo firmato da Aalok Mehta del 15 giugno 2009 si intitola: «“Neuroeducation” Emerges as Insight into Brain Development, Learning Abilities Grow» e si può consultare al sito: http://www.dana.org/news/brainwork/detail.aspx?id=22372 dove, alla fine, si incontrerà la nota della professoressa Pontius.
[3] Cf. A. A. Pontius, «Neuro-ethics of “walking” in the newborn», Perceptual and Motor Skills 37 (1), 1973, 235.
[4] Cf. A. A. Pontius, «Neuro-ethics of “walking” in the newborn», Perceptual and Motor Skills 37 (1), 1973, 244.
[5] Cf. A. A. Pontius, «Neuro-ethics vs. Neurophysiologically and neuropsychologically uninformed influence in child rearing, education, emerging hunter-gatherers, and artificial intelligence models of the brain», Psychological Reports 72 (2), 1993, pp. 451-458; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8488227.
[6] Cf. A. A. Pontius, «Educational Neuro-Ethics», Medicine, Health Care and Philosophy 3 (3), 2000, p. 368; questa citazione si riferisce ad un abstract all’interno del volume 3° di ottobre 2000 della medesima rivista intitolato: ESPMH Conference, Krakow 2000 – Abstracts (pp. 352-384), consultabile a pagamento al sito: http://link.springer.com/article/10.1023/A%3A1026543725164.
[7] Cf. R.E. Cranford, «The Neurologist as Ethics Consultant and as a Member of the Institutional Ethics Committee. The Neuroethicist», Neurol Clin 7 (4), 1989, pp. 697-713.
[8] Cf. P.S. Churchland, «Our Brains, Ourselves: Reflections on Neuroethical Questions», in: D.J. Roy – B.E. Winne – R.W. Old (a cura di), Bioscience and Society (Report of the Schering Workshop, Berlin 1990, November 25-30), Wiley and Sons, New York 1991, pp. 77-96.
[9] Cf. P.S. Churchland, Neurophilosophy: Toward a Unified Science of the Mind-Brain, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts 1989; Brain-Wise: Studies in Neurophilosophy, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts 2002; Braintrust. What Neuroscience Tells Us about Morality, Princeton University Press, 2011 (tradotto in italiano: Neurobiologia della morale, Raffaello Cortina, Milano 2012).
[10] Sito ufficiale del Gruppo di Neurobioetica (GdN): http://www.neurobioetica.it/.
[11] Cf. J. Clausen – N. Levy (ed.), Handbook of Neuroethics, pp. v-vii.
[12] Cf. Idid., Le traduzioni sono mie; il testo originale afferma: «Today the Society for Neuroscience has nearly 42,000 members, all of whom actively working in neuroscience, and holds an annual conference attended by more than 30,000 delegates. There are more than 220 journals dedicated to neuroscience; around 25,000 papers on the brain are published annually. Our knowledge of the brain, and therefore of ourselves, grows rapidly, and with it our powers to intervene in the mind. Neuroethics is at once fascinating and urgent», p. vi.
[13] J. Clausen – N. Levy (ed.), Handbook of Neuroethics, p. vi. Il testo originale afferma: «Neuroethics has developed as a response to the increasing power and pervasiveness of the sciences of the mind».
[14] Cf. Ibid., p. vii. Il testo originale afferma: «Above, we suggested that neuroethics should not be identified with reflection on neuroscience alone, but be expanded to include reflection on the other sciences of the mind».
[15] Ibid., p. vi. Il testo originale afferma: «Neuroethics is systematic and informed reflection on and interpretation of neuroscience, and related sciences of the mind (psychology in all its many forms, psychiatry, artificial intelligence, and so on), in order to understand its implications for human selfunderstanding and the perils and prospects of its applications».

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