martedì 20 febbraio 2018

Sintesi evento GdN su ipnosi e ipnoterapia cognitiva: l’esperienza ipnotica in psicoterapia e in ambito palliativo

Da sinistra: Prof. García, Rettore UER
Prof. P. Barrajón e Prof. P. Carrara
Gruppo di ricerca in Neurobioetica, 9 Febbraio 2018. “Ipnosi e ipnoterapia cognitiva. L'esperienza ipnotica in psicoterapia e in ambito palliativo.” Abstract. Il campo d'azione delle neuroscienze sorprende in profondità, coinvolgimento ed estensione, come testimoniato dall'ultimo incontro del Gruppo di ricerca interdisciplinare in Neurobioetica (GdN), tenutosi lo scorso nove febbraio, avente come protagonista l'esperienza ipnotica nella psicoterapia e in ambito palliativo.

Il dott. Patrizio Borella, Presidente del Centro Studi di Psicologia Clinica; il dott. Costantino Casilli, Direttore Scientifico della Scuola Quadriennale di Specializzazione in “Ipnoterapia Cognitiva” e, in chiusura, la dott.ssa Maria Paola Brugnoli, sono le tre voci che hanno presieduto la corposa discussione dello scorso venerdì 9 febbraio, dal titolo «Ipnosi e ipnoterapia cognitiva. L'esperienza ipnotica in psicoterapia e in ambito palliativo». L'incontro, organizzato dal GdN dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA), introdotto dal coordinatore del Gruppo, P. Alberto Carrara, in collaborazione con  la Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani e l'Istituto Scienza e Fede, ha acceso la curiosità di molti, stimolando quesiti medici, psicologici, etici e spirituali, sull'interazione fra l'esperienza ipnotica e la persona sofferente.

Come emerso fin dalle note introduttive d'apertura alla sessione di studio, dettate dalle riflessioni del Magnifico Rettore dell'Università Europea di Roma, P. Pedro Barrajón, insieme al Direttore della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani, il prof. Alberto García, l'impatto comune, dinanzi a coloro che applicano tecniche ipnotiche, è un diffuso senso di timore tipico di chi sente, per questo approccio terapeutico più che per altri, di non afferrarne pienamente modalità ed effetti. Molti tendono a generalizzare usi fuorvianti e distorti dell'ipnosi, abbinandoli ad una concessione, un potere, conferito o subito da colui che la compie, il quale priva il paziente di un pieno controllo sulla sua persona entrando, proprio per questo, nelle zone interiori più intime. Resistenza sovente dettata, come giustamente sottolineato dal prof. García, da un non-conoscere risoltosi, durante le relazioni degli esperti, in un “conoscere di non-conoscere”. È intuitivo legittimare simili preoccupazioni se caliamo questo stato d'animo nell'humus culturale e nella forma mentis di società strette nella morsa del controllo necessario su ogni elemento della propria esistenza; così come è altrettanto evidente quanto il problema della sfiducia nella relazione medico-paziente, verificabile senza difficoltà, venga amplificato in una pratica nella quale abbandono e presenza coesistono in maniera decisamente intensa.
Il dott. Borella, descrivendo le modalità e l'offerta della Scuola Quadriennale di Specializzazione in “Ipnoterapia Cognitiva” con sede a Firenze, unica in Italia abilitata al modello ipnoterapeutico cognitivo, si è preoccupato di togliere alcune barriere come ad esempio l'influenza mediatica sulla concezione di terapia ipnotica, considerata alla stregua di un condizionamento passivo del terapeuta sul paziente, quando invece quest'ultimo lavora radicalmente sull'interazione e la presenza partecipativa nell'indagine compiuta su se stesso, motivo per cui il modello insegnato nella Scuola fiorentina non scinde teoria e pratica in due blocchi indipendenti.
Fondamentale, ha sottolineato il Direttore scientifico della Scuola, lo specialista Costantino Casilli, facendo leva su quanto appreso nella sua esperienza clinica, non è persuadere scientificamente verso la pratica ipnotica, ma muoversi sollecitati dall'interesse per la persona e la centralità assoluta che occupa in questo settore. Il compito dell'ipnotista è avvicinarsi alla persona cogliendo come, questa relazione d'aiuto, possa essere utile per il disagio sopportato dal paziente, sul quale si interviene mediante la modificazione degli stati di coscienza (paragonabile a condizioni di meditazione, forte concentrazione) definita anche “fenomeno dispercettivo” o sospensione temporale. L'induzione ipnotica può seguire tre distinte modalità: induzione classica; tecniche immaginative; tecniche ericksoniane. 

L'ultima di queste diverse metodologie, è quella più funzionale per garantire una padronanza autonoma al paziente sul percorso che egli compie assieme al terapeuta. Accompagnamento, quindi, differente dal binomio ordine-esecuzione, tant'è che si potrebbe affermare il ruolo guida del paziente sull'orientamento dato al terapeuta nello stato di trance definito, con accezione allargata, già la forza motrice che conduce il paziente all'esposizione del conflitto interiore dal quale è soffocato verso un altro essere umano, estraneo, trascinato all'interno di spazi dai quali è lo stesso paziente a nascondersi. Gli esempi di persone ossessive o fobiche, con le quali l'ipnosi richiede analisi molto accurate, hanno dimostrato la premura per il singolo vissuto problematico, da parte di un professionista abile nel compiere un sano lavoro di discernimento sia sulla struttura del paziente sia sulla propria, al fine di mantenersi saldo nella privacy di un mondo nel quale entra pur sempre come ospite.

Molto coinvolgente, ricca di richiami bioetici, la ricerca condotta, ormai da diversi anni, dall'esperta, la dott.ssa Brugnoli, palliativista, medico anestesista-rianimatore, con un dottorato in neuroscienze, nonché membro del GdN. Quanto anticipato nel corso della presentazione, ovvero che il punto focale di questa tavola-rotonda risiede nella centralità della persona, trova qui una sensibilità molto delicata, sia per l'interrelazione curante-paziente nelle condizioni in cui il dolore, la sofferenza, si fanno più acuti e insopportabili, sia per la rinnovata consapevolezza che il personale sanitario è chiamato a far propria ogni giorno, di sostare non ai piedi di una patologia, ma di un malato, protetto nella complessità delle dimensioni corporea, psichica e spirituale. Tre componenti parimenti colpite dal tormento di un male insopportabile: il dolore fisico a volte diviene sofferenza psicosomatica e i due trascinano il paziente verso la domanda di senso, elevandola a luoghi meditativi, spirituali che regalano esperienze uniche di avvicinamento al mistero dell'uomo. 

Numerosi studi confermano il verificarsi di identiche reazioni cerebrali durante l'ipnosi e gli stati meditativi, situazioni in cui le onde cerebrali tendono a rallentare progressivamente; addirittura si ha la sensazione che il cervello si spenga momentaneamente dal punto di vista funzionale, che è quanto leggiamo in rapporto alle esperienze mistiche in molte religioni. Provoca la ragione constatare che gli stadi più elevati di consapevolezza interiori, le più belle esperienze mistiche, siano avvenuti con onde cerebrali molto lente, forse perché, come l'avvicinarsi alla morte, nascondono quel senso di immortalità che risiede nell'anima.

L'ipnosi, in questo scenario, si propone quale mezzo di sollievo dall'agonia oltre i rimedi consuetudinari, ed è interessante come, lo studio dell'interazione fra ipnosi e dolore, riporti l'attenzione sull'unitotalità della persona, comprensiva di un corpo che, a causa della malattia, non trova più perfetta corrispondenza in ciò che la sua storia narra. La dott.ssa Brugnoli ha, per questa ragione, fatto presente che l'ipnosi apre trasversalmente alla dimensione spirituale.


P. Pedro Barrajón, nella riflessione d'apertura all'evento, ha sottolineato il contatto fra scienza, tecnica, intelligenza umana e il servizio di queste per il bene dell'essere umano, nello specifico alla capacità di tollerare il dolore, rivedendo nel suo accadere la finitezza stessa della creatura, ma nel contempo il diritto del singolo a far uso di mezzi eticamente leciti per sopportarlo e lenirlo. In quest'ottica, mantenendosi fedeli al principio di precauzione, l'ipnosi -come classificata da Papa Pio XII- al «servizio del medico» figura sostegno lenitivo alla persona che soffre. Sarebbe riduttivo considerare quanto esposto dagli esperti pura nozione: c'è stato un filo conduttore, dal richiamo immediato del prof. García alla persona, verso le origini della bioetica come ponte fra saperi singoli, mai totalmente autonomi nella responsabilità alla quale, insieme, sono chiamati a rendere conto nel loro operato. Un taglio sovrastrutturale, oltre le religioni, oltre le differenze culturali e filosofiche, saldo nel rispetto della diversità: tendere l'orecchio alla vulnerabilità, campanello d'allarme di dominio universale, promemoria di umanità, sapendo che la fragilità diviene nutrimento, anche per chi si sente esausto, se accudita dalla carità. 

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