giovedì 10 maggio 2018

La teologia si confronta con l’idea del trapianto di testa. Report della tavola rotonda


di Giulia Bovassi. Abstract. Quale lettura può offrire la teologia delle sollecitazioni provenienti dal transumanesimo? Cosa ancora si potrà dire sull’uomo rivolto a Dio, proteso alla ricerca spirituale e che tipo di visione manterrà o plasmerà di sé? Sono solo alcuni degli interrogativi emersi durante il pomeriggio di venerdì 20 aprile grazie agli interventi delle professoresse Giorgia Salatiello e Suor Daniela Del Gaudio.

«Una rivoluzione spirituale pazzesca» e un puro agire «tecnico», sarebbero tra i punti maggiormente sottolineati dal neurochirurgo al centro del dibattito proposto dal Corso di perfezionamento in neurobioetica, “Neurobioetica e transumanismo”, la cui prima edizione ha preso spunto esattamente dagli scenari al margine del fantascientifico (divenuto, per certi aspetti, prossimo alla realtà) del movimento Trans e Post-umanista, cornice di quanto il dott. Sergio Canavero adduce rimarcando la possibilità di un trapianto di testa su esseri umani, possibilità ad oggi bloccata dalla precauzione e dalla responsabilità etica. 

Come ha sottolineato il coordinatore del GdN, P. Alberto Carrara, il quale ha avuto il piacere di essere diretto interlocutore del suddetto neurochirurgo lo scorso 9 aprile all’interno di un dibattito organizzato in occasione della seconda edizione di Cinema&Cervello 2018 – Neurofiction, organizzata dal BrainForum Italia, si è palesato quanto sia preda di confusione e contraddizione agire sull’uomo cercando di prescindere da una specifica visione circa la natura dell’essere umano e, conseguentemente, dall’interrogativo etico attorno al nostro agire su di un’altra persona, in definitiva di come un atto umano non possa isolarsi dal rapporto con la libertà, la responsabilità e la dignità, elementi decisivi per depistare ogni ipotesi di neutralità giudicata valida nei confronti dell’agire medico. Congiungere, assemblare, ripristinare un nuovo funzionamento fra corporeità vivente e corpo del donatore deceduto, sono termini dall’aspetto squisitamente meccanico ed è nella semantica meccanica di tali concetti che un medico potrebbe, erroneamente, intravvedere un mero fare in ciò che compie, riducendo l’incontro fra due esistenze, medico e paziente, un avvicinamento fra operatore e oggetto. Nel caso del trapianto di corpo, uscire dalla relazione cercando la soluzione nell’investitura tecnica della propria vocazione originaria al prendersi cura dell’altro, sembra essere l’unico supporto idoneo da un punto di partenza intenzionalmente (o fatalmente) resosi svincolato dalla domanda etica, insidiosamente neutro, cieco appresso la comprensione globale della persona-paziente; il che d’altra parte non può dirsi effettivo dal momento che nessun ambito medico può realisticamente esonerarsi dall’apertura all’altro. Ogni ammalato orienta timori e speranze alla competenza di altri, facendoli entrare nella propria vita in un concreto atto di fiducia sia professionale che umana: non è solamente un corpo che soffre, ma una persona.

I due interventi, “L’antropologia teologica si interroga sui recenti scenari sollevati dal transumanesimo” della Prof.ssa Giorgia Salatiello (Pontificia Università Gregoriana) e “La destinazione creaturale dell’uomo all’immortalità: identità e resurrezione” della Prof.ssa Suor Daniela Del Gaudio (Pontificia Università Urbaniana), hanno creato una suggestiva interazione fra l’anastomosi cefalo somatica, estendendo la riflessione ai punti centrali del movimento Trans e Post-umanista, e la teologia, in alcuni concetti di comune interesse benché differenti (ad esempio immortalità, vita, significato della morte, della libertà, della corporeità, della persona e il compito affidatole quando nelle sue origini si scorge Dio), promuovendo uno scambio il più possibile costruttivo, evitando cristallizzazioni acritiche senza per questo perdere l’identità propria di quanto supportato da ciascuna posizione. 

In tal senso nel primo intervento sono riemersi alcuni temi suggeriti in particolare nelle lezioni d’apertura del Corso, a conferma del fatto che, usando le parole della prof.ssa Salatiello, «il transumanesimo costituisce una grossa sfida per l’antropologia teologica»: abbracciare una visione dell’essere umano come creatura implica che il nostro agire libero non sia arbitrarietà (senza vincoli, spoglia di fondamenti); maggiore dipendenza da Dio implica maggiore libertà poiché Dio pone la creatura libera (nella concezione cristiana la libertà è costitutivamente orientata al bene); in secondo luogo cosa si intende per “persona”, nozione che conserva in sé la relazione con Dio, l’unicità del singolo e di nuovo la risposta libera alla chiamata amorevole. Tutto questo, tenendo presente il linguaggio transumanista, viene a dissolversi in un’ottica fluida, evoluzionistica dell’essere umano (si veda il concetto stesso di enhancement o la figura del cyborg, senza precisa collocazione), insieme al venir meno della distinzione fra egli e gli artefatti, fra l’uomo e l’animale, di un netto distinguo, ovvero quello segnato dall’immagine e somiglianza di Dio. Individuo (termine più comunemente usato proprio in quanto abile a sottolineare la povertà ontologica nello sguardo alla persona) ridotto drasticamente alla visione dualistica di sé, affinché si renda in qualche modo dicibile una trasformazione continua e indefinita, dissipando unità e integralità a partire da una mutazione radicale, pur sempre liquida, del corpo, «protesi modificabile».

Suor Daniela Del Gaudio approfondisce ulteriormente il raffronto teologico anche alla luce dell’escatologia, agganciando significativamente la sostanzialità dell’essere umano come essere relazionale nel suo rapporto con Dio e nell’essere umano quale tutto integrato, di cui l’anima forma la materia e la cui identità incisa sostanzialmente, ontologicamente, dall’elemento spirituale. La dualità umana si riconosce nell’unità compiuta dal principio spirituale, ovvero l’anima; in ciò sussiste la validità di una concezione di corpo come di corporeità, cosa che non si applica per l’animale. Il corpo caratterizza storicamente la persona nell’unione mediante il tratto spirituale, che permane quando tutto il resto muta. A fronte del tentativo di alcune dottrine di sciogliere l’unità dell’essere umano attraverso la sottrazione dell’anima, soffio vitale e collante in una relazione frontale con Dio, la Professoressa parla di «realismo pneumatico», usando l’espressione di Papa Benedetto XVI, in risposta a questioni spinose insorte conseguentemente, come i dubbi sull’identità dei corpi risorti se separati dall’anima; in secondo luogo, cosa resterà fedele all’io soggettivo e, ancor più, a chi egli sarà fedele (sentiamo una certa ridondanza fra antiche e attuali questioni). 

Nella resurrezione l’anima andrà a riplasmare la materia con quella stessa forma che «virtualmente conserva in sé», la nostra corporeità sarà trasfigurata e rinnovata sul modello di Cristo e ciò combatte sia fisicismo e naturalismo, sia spiritualismo: l’incontro con Cristo segna una vita nuova così come la sequela di Cristo indica la vocazione all’immortalità, una chiamata alla vita eterna. La Chiesa afferma che esiste da sempre una resurrezione: in essa il nostro corpo conserva la sua identità e l’io umano sussiste e sopravvive, nonostante il dissolvimento del corpo, nell’elemento spirituale. Con la vittoria di Cristo sulla morte, l’amore ha tolto ogni barriera totalmente negativa circa l’evento finale della vita terrena che smette di rappresentare una desolazione senza vita, una condanna, divenendo liberazione e adempimento. Qui morte, sofferenza e dolore, riempiono il loro spazio di senso e la vita eterna perpetua la chiamata a vivere con Cristo, comunione che rende piena e viva ogni altra relazionalità.

A concludere la tavola rotonda un interessante dibattito aperto sugli spunti appresi dalla Lettera Placuit Deo ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella quale viene fatto esplicito riferimento a due tendenze oggigiorno ampiamente diffuse o dalle quali sembrano trarre ispirazione certe correnti di pensiero: neo-pelagianesimo e neo-gnosticismo. La prima nell’autosalvezza che l’uomo pretende di dare a se stesso, riscontrabile nel modo con cui egli si serve (o si fa servo) della tecnica, quindi robotica, tecnologie, ecc; nel secondo una soffocata immanenza, una salvezza soggettiva, che rimanda anche alla liberazione dal corpo. Dalle riflessioni, in effetti, è emerso come il transumanesimo contenga dei richiami forti a entrambi questi due vertici, «due tentazioni dell’essere umano», così ambivalenti nelle loro espressioni all’interno della tensione intima di ciascuno a uscire da sé, scovare la verticalità relazionale con Dio, appropriarsi di una metafisica annichilita, e la seduzione del dominio, sotto il quale anche gli esseri umani hanno cosificato la loro natura per renderla malleabile e disponibile.

Una specifica valutazione del soggetto oggettificato, da cui la domanda essenziale: «il concetto di dominio arbitrario vale anche per l’uomo su se stesso oppure no? Cioè l’uomo che può disporre di tutto, può disporre anche di se stesso a suo piacimento?». Quesito urgente, al vertice di un laborioso ragionamento critico tanto particolare, annesso a ciascuno, quanto globale e in tal senso di continuo, puro riferimento ai diritti fondamentali dell'uomo, perché egli venga custodito, non dominato, dai suoi simili o dalle sue opere.

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