giovedì 9 novembre 2017

15 anni di Neuroetica: tre grandi “neuroeticisti” ne fanno un bilancio

Alberto Carrara

Il primo incontro di neuroetica: allora ed oggi” (The First Neuroethics Meeting: Then and Now). Così si intitola l’ultimo speciale che la rivista Cerebrum della DANA Foundation ha pubblicato lo scorso 31 ottobre volendo festeggiare l’anniversario dei 15 anni dalla “nascita canonica” di quel contesto di riflessione interdisciplinare sulle neuroscienze, sulle sue applicazioni ad ogni fase della vita umana e sulle sue interpretazioni che oggi si conosce con il neologismo “neuro-etica” (neuro-ethics) coniato da Alma Annaliese Pontius nel 1973. Il gruppo di neurobioetica ha celebrato a maggio di quest'anno quest'anniversario con un convegno interdisciplinare che può essere rivisto dal canale YouTube del GdN.

Tre grandi nomi della neuroetica globale, tre “neuroeticisti” (per utilizzare il neologismo coniato da R. Cranford nel 1989) hanno fatto un bilancio sugli sviluppi di questa disciplina. Jonathan D. Moreno, Patricia Smith Churchland e Kenneth F. Schaffner, tre degli oltre 150 esperti che nel 2002 si riunirono a San Francisco (14-16 maggio) per il primo congresso mondiale di neuroetica, hanno voluto condividere su Cerebrum il percorso che la neuroetica ha compiuto lungo questi 15 anni (2002-2017). Non solo un bilancio del cammino affascinante ed estremamente dinamico di ricerca compiuto sull’organo più misterioso dell’universo che è il nostro cervello, ma i tre neuroeticisti hanno anche proiettato le loro riflessioni verso il futuro della neuroetica abbozzando i nuovi scenari per i prossimi 15 anni (2018-2032).  

Jonathan D. Moreno è il primo che ripercorre questi 15 anni. Autore nel 2006 del volume Mind Wars, Moreno è uno degli esperti mondiali di quel settore della neuroetica che oggi si conosce come “Weaponizing Neuroethics”: la riflessione di come le neuroscienze e le neuro-tecnologie (dalle interfaccie cervello-computer, alle reti neurali, dal potenziamento cognitivo, alla stimolazione magnetica transcranica, eccetera) possano interessare i sistemi di sicurezza nazionali. Moreno racconta come questa intuizione gli arrivò proprio durante le giornate “Neuroethics: Mapping the Field” di San Francisco nel 2002. Le neuroscienze (neologismo che rimonta al 1962) con i loro sviluppi multidisciplinari sollecitano numerose domande esistenziali ed antropologiche, etiche, giuridiche, economiche, sociali, culturali, di sicurezza pubblica ed ambientale. Moreno confessa come durante le conferenze del 2002 abbia iniziato ad apprezzare la ricchezza di questo settore di intersezione tra l’etica e le neuroscienze che è la neuroetica (“I began to appreciate the richness of this intersection of ethics and neuroscience”) e come abbia individuato un settore che nessuno, in quel momento, stava considerando: il potenziale ed attuale interesse che le agenzie di sicurezza nazionali avrebbero potuto avere (e già nel 2002 avevano!) nei confronti della ricerca neuroscientifica (“none of the speakers had considered why and how national security agencies could be interested in modern neuroscience, or the unique ethical issues that would flow from that interest”). Oggigiorno questo settore della neuroetica risulta particolarmente rilevante, specie per la prevenzione di fenomeni criminali e terroristici.

Patricia Smith Churchland, filosofa e moglie di Paul Churchland, autrice di numerosi articoli e libri sulla neuroetica, in particolare sulla neurofilosofia (basti ricordare il volume del 1989 Neurophilosophy: Toward a Unified Science of the Mind-Brain), riflette su quel settore a lei particolarmente caro della riflessione neuroetica che potremmo denominare: neuromoralità. In effetti, la Churchland pubblicò nella traduzione italiana del 2012 un volume intitolato Neurobiologia della morale, un’opera centrata sul neuropeptide ossitocina, base, secondo la filosofa, della moralità umana. Su Cerebrum la filosofa delle neuroscienze illustra i progressi che le neuroscienze hanno introdotto nell’analisi classica e tradizionale dell’azione umana in ambito etico. Si scopre che dietro all’agire morale c’è un sostrato fisiologico, quello del nostro cervello. Due sono gli ambiti delle cosiddette scienze neurali che si svilupparono dal 2002 ad oggi e che sono importanti per un’autocomprensione delle nostre scelte e decisioni: da una parte, le neuroscienze sociali (social neuroscience) e, dall’altra, le ricerche di base sulla connettività e la dinamicità (plasticità) del nostro sistema nervoso. Per la Churchland questi progressi ci hanno fatto comprendere meglio il nostro essere sociale, il fatto che siamo animali sociali per natura e che tale socialità implica e deriva dall’essere interconnessi: la nostra mente, come direbbero i filosofi della mente, è sia incorporata (embodied) che situata (embedded). Conoscendo di più il nostro cervello, favorendo cioè una diffusione delle conoscenze su questo prezioso tesoro (neurocultura e neuroeducazione), saremmo in grado di strutturare un ordine sociale più armonico, meno malato e più pacifico.
Infine, Kenneth F. Schaffner, medico, filosofo e psicologo di fama internazionale riflette su come la neuroetica si sia sviluppata negli ultimi 15 anni. Definisce il suo sviluppo come “vibrante”, fibrillante! Schaffner si sofferma su quell’altro settore della riflessione neuroetica che prende in considerazione quella caratteristica che ci distingue da ogni altro essere senziente e che è il libero arbitrio (free will o volontà libera). Riduzionismo e libero arbitrio, determinismo o indeterminismo, sono le polarità su cui si è concentrata la riflessione dello studioso sin dal 2002. Dalle riflessioni filosofiche sul principio delle possibilità alternative formulato da Henry Frankfurt e dalle numerosissime interpretazioni ed integrazioni, la letteratura neuroetica nel settore filosofico tradizionalmente etico, è cresciuta esponenzialmente. La parola “agency” domina un dibattito sempre acceso al cui centro si colloca l’ io personale (Self). Concetti e realtà come quelli di identità personale, di soggettività, eccetera, vengono oggi studiati non soltanto dai filosofi, ma anche da psicologi e neuroscienziati. Schaffner illustra l’ampio settore della cosiddetta neuromodulazione (dalla stimolazione cerebrale profonda o DBS a quella magnetica transcranica), con le sue questioni etico-filosofiche che affondano alla questione antropologica riguardante il costitutivo personale. Per una corrente diffusa, tale costitutivo si identificherebbe lockeanamente (dall’identificazione di John Locke della persona all’auto-coscienza in atto exercito) con la continuità narrativa dell’auto-coscienza soggettiva. Citando grandi autori contemporanei tra i quali Shaun Gallagher, Antonio Damasio e Georg Northoff, Schaffner accenna alla necessità di un approccio circolare di integrazione (già proposto ed articolato da Thomas Fuchs e Walter Glannon, ad esempio) tra meccanismi di regolazione neuronale di tipo bottom-up e top-down. Gli sviluppi futuri si giocano a livello di una maggior comprensione dei meccanismi e delle funzioni che presiedono la coscienza. 

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