di Alberto Carrara, L.C.
Non faccio in tempo a scendere le
scalette dell’aereo che lunedì mi ha riportato da Santiago del Cile a Roma ed ecco
il nuovissimo neuro-film: Self/less,
scritto anche Selfless, film del
2015 diretto da Tarsem Singh con protagonisti Ryan Reynolds e Ben Kingsley. Nemmeno
farlo a posta: questo film, che esce domani (10 settembre) nelle sale italiane,
è una perfetta sintesi dei miei corsi sul post-umanismo
e il mito dell’immortalità che per
le ultime 4 settimane ho impartito all’Università Finis Terrae di Santiago del
Cile. Ma vediamo per sommi capi la trama
e le tematiche antropologiche e neurobioetiche che
abborda.
Diretto da Tarsem Singh, Selfless narra
la storia di un milionario, costruttore di New York, che, dopo anni di intenso
lavoro e di grandi successi, scopre di essere affetto da un cancro terminale. Ecco
la prima grande tematica antropologica: quella relativa alla realtà della caducità e della morte umana.
Ma, e un “ma” c’è sempre, specie nell’era
dei progressi tecnologici e neuroscientifici per i milionari che se lo possono
permettere!
Al protagonista viene concessa
l’opportunità di trasferire la sua coscienza nel corpo di un giovane uomo. In questa brevissima frasetta sono
condensati argomenti e speculazioni antropologiche e neuroscientifiche
colossali. È la sintesi delle visioni post-umanistiche del progetto 2045 di Dmitry
Itskov! Trasferir(si), se la persona umana coincidesse con l’autocoscienza
e se questa potesse realmente venir decodificata dal cervello ed essere
trasferita come informazione ad un altro “corpo”, in questo caso “umano”, ma
non necessariamente (vi ricordate i recentissimi: Avatar, 2009; Transcencence,
2014; Lucy, 2015).
C’è poi un secondo “ma” a questo punto
del film. Riuscito il trasferimento dell’autocoscienza dal corpo malato al
corpo sano considerato “un involucro”,
il protagonista scopre pian piano che il suo
nuovo corpo non era in realtà “carne
vuota” come gli era stato promesso, bensì era in precedenza esso stesso
dotato di una coscienza e aveva una famiglia... insomma, era un’altra persona!
L’uomo così inizia a scoprire i segreti
dell'origine del corpo che lo ospita.
Altre
tematiche correlate, oltre alle neuroscienze
della “coscienza” invocate come soluzioni terapeutiche, sono quelle
relative all’immortalità e al significato della nostra corporeità umana.
Una
frase ad effetto svela i retroscena di questo apparente e bellissimo incanto di
supposta immortalità: “non c’è né scienza, né progresso, senza sacrificio”!
E
qual’è il sacrificio?
La
recensione più votata sul sito Filmtv.it firmata da Giulio Sangiorgio ce lo svela:
“L’immortalità? Esiste, ed è un bene
di lusso. L’occasione, promossa da un medico in assoluto segreto, si chiama
“muta”. E non conta che Damian sia malato di tumore al cervello: è come un
trapianto di anima. Da Ben Kingsley a Ryan Reynolds, corpo sfinito, involucro
sano. Ma l’altissimo costo, si scopre, non è solo in denaro. La nuova carne non
è cucita da sarti dell’industria genetica, è il corpo di un morto, Martyrs: un soldato, che s’è venduto per curare la
figlia. Self/Less si basa su una semplice legge economica:
al privilegio dell’1% corrisponde il sacrificio della nuova schiavitù. Punto. E
il punto è nell’ignorare la questione, preservare lo status quo, garantire l’iniquo equilibrio sociale. Non
vedere le interferenze d’ingiusto nel flusso edonista di immagini. Per questo
ci sono pillole che cancellano il sopruso, la droga che perpetua la cieca
ideologia. Damian si sottrae, il sistema reagisce. Tarsem Singh abbandona la
sua tronfia estetica kitsch nella casa d’oro del protagonista, e cerca
l’efficacia spartana del cinema B: ne esce uno sciatto intrattenimento che
barcolla malrecitato sulla strada dei colpi di scena, ma che resta struggente
nel proporre alla società del facile oblio il bisogno (letterale e radicale) di
farsi carico dei morti, delle loro storie, facendo spettacolo pop e triviale
del cruccio morale di tanta alta letteratura, da José Saramago a Winfried
Sebald, fino a Javier Marías”.
Vedi il trailer QUI.



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