di Alberto Carrara, L.C.
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)
Dopo aver
presentato qualche giorno fa lo studio di marzo 2015 relativo agli effetti
della pornografia sul nostro cervello, quest’oggi
riassumo il secondo studio di interesse
neuroscientifico e culturale, il più importante perché offre una sintesi ed analizza tutta la letteratura neuroscientifica
sull’argomento della dipendenza da
Internet, in particolare la dipendenza dalla pornografia. Quest’importante contributo è stato pubblicato sulla
rivista Behavioral Sciences il 18
settembre 2015[1].
Il lavoro, intitolato “Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A
Review and Update”,
a firma di T. Love , C. Laier , M. Brand ,L. Hatch
e R. Hajela, si
compone di ben 46 pagine, un
apparato bibliografico ingente (basti pensare alle 311 note bibliografiche che si trovano alla conclusione dello
studio) che non nasconde e motiva le critiche
di una certa incomprensione delle “neuroscienze
della dipendenza” (addiction
neuroscience) mosse al recente DSM-5. Ma analizziamo brevemente i punti forti
di questo studio.
In primo luogo, gli autori sottolineano
nell’introduzione che nell’ambito delle
cosiddette “dipendenze” si sta
realizzando un vero e proprio mutamento
rivoluzionario di paradigma; si legge proprio così:
“A revolutionary paradigm shift is
occurring in the field of addiction that has great implications for assessment
and treatment” (p. 389).
Come mai?
Perchè con il progresso degli studi
neuroscientifici, si sta sempre più comprendendo che, accanto alle classiche
dipendenze da sostanze (come droghe e alcol), diversi comportamenti (o stili di
vita) hanno ripercussioni su meccanismi neuronali sovrapponibili a quelli
alterati dalle sostanze, come, ad esempio, comportamenti “addittivi” sono in
grado di rafforzare i circuiti della gratificazione e ricompensa cerebrali,
quelli della memoria, etc. Gli autori dello
studio affermano in effetti che:
“While “addiction” has
historically been associated with the problematic overconsumption of drugs
and/or alcohol, the burgeoning neuroscientific research in this field has
changed our understanding over the last few decades. It is now evident that
various behaviors, which are repeatedly reinforcing the reward, motivation and
memory circuitry are all part of the disease of addiction. Common mechanisms
among addiction involving various psychoactive substances such as alcohol,
opioids and cocaine; and pathological behaviors such as uncontrolled gambling,
internet use, gaming, pornography and sexual acting out have also been
delineated”.
In effetti, l’ASAM (The American Society
of Addiction Medicine) nel 2011 aveva esteso la definizione di “dipendenza”
includendovi sia quella derivata da sostanze, come quella da comportamenti:
“Addiction is a primary, chronic disease of brain reward, motivation,
memory and related circuitry. Dysfunction in these circuits leads to characteristic
biological, psychological, social and spiritual manifestations. This is
reflected in an individual pathologically pursuing reward and/or relief by
substance use and other behaviors”[2].
All’interno di questo scenario, sebbene
l’APA (The
American Psychiatric Association) abbia recepito, al redigere l’ultimo DSM-5, l’introduzione delle cosiddette
“dipendenze comportamentali” (behavioral addictions) accanto alle
dipendenze “tradizionali” (o classiche) da abuso di sostanze, soltanto il rinominato e ridefinito “gioco d’azzardo patologico” (Gambling Disorder oggi ribattezzato nel
DSM-5 come Pathological Gambling o PG) vi è stato incluso.
Inoltre, di esso è stata
fornita una vera e propria nuova diagnosi detta IGD (Internet Gaming Disorder)[3]
ampiamente fondata su numerosi dati neuroscientifici di carattere strutturale,
funzionale e psicologico.
Ma allora, cos’è successo
nel DSM-5?
Nonostante le premesse
concettuali fondate su un’ampia
documentazione neuroscientifica, l’APA ha deciso di affermare che
l’eccessivo uso si Internet che non coinvolga il gioco online (per esempio,
un’uso eccessivo dei mezzi di comunicazione sociale, come Facebook; il consumo
di pornografia online) non sarebbe da considerarsi analogo all’ IGD (Internet Gaming Disorder)[4].
Come, invece, ampiamente documentano
gli autori del lavoro pubblicato il 18 settembre 2015 su Behavioral
Sciences “questa decisione è inconsistente con
l’evidenza scientifica esistente ed emergente”[5].
Gli autori sostengono e dimostrano ampiamente nelle 46 pagine di questo studio
che:
“This decision is inconsistent with existing and
emerging scientific evidence, and the conducted review aims at contributing to
the ongoing discussion of Internet pornography addiction (IPA) in response to
the APA’s request”.
Dopo l’estesa raccolta e analisi della
letteratura sull’argomento, gli autori concludono che le evidenze
neuroscientifiche sostengono che il
consumo di pornografia attraverso Internet è, insieme agli altri comportamenti dipendenti dalla virtualità, potenzialmente addittivo, comportando
una de-strutturazione e de-funzionalizzazzione del cervello umano.
Si può leggere l'articolo originale QUI.
[2] American Society of Addiction Medicine (ASAM). Public
Policy Statement: Definition of Addiction. Available online:
http://www.asam.org/for-the-public/definition-of-addiction (accessed on 30 June
2015).
[3] American Psychiatric Association (APA). Internet
Gaming Disorder. Available online: http://www.dsm5.org/Documents/Internet%20Gaming%20Disorder%20Fact%20Sheet.pdf
(accessed on 30 June 2015).
[4] American Psychiatric Association (APA). Diagnostic
and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th ed.; American Psychiatric
Publishing: Arlington, VA, USA, 2013.




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