Roma, APRA, 26 ottobre 2018. Prima
lezione del secondo Corso di Perfezionamento in “Neurobioetica e Roboetica”. Relatore
Prof. Stefano Mazzoleni, dell’Istituto di BioRobotica, Scuola Universitaria
Superiore Sant’Anna di Pisa
Abstract. Avviato
con grande successo il secondo Corso di Perfezionamento in Neurobioetica
“Neurobioetica e roboetica”, quest’anno dedicato alle proposte provenienti
dalla robotica, ampio settore in continuo e rapido sviluppo non solo
industriale, anche medico, familiare, privato.
Proprio la consapevolezza che
l’ibridazione uomo-macchina non consiste più in un processo in divenire, ma è
già attualizzato, insediato in numerosissimi spazi quotidiani, si fa quantomeno
indispensabile la domanda etica ed esistenziale su che cosa avremo da dire di
questa nuova identità.
Quello intrapreso dal GdN, in
collaborazione con la Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani e l’Istituto
Scienza e Fede, ospitati nella prestigiosa sede accademica dell’Ateneo
Pontificio Regina Apostolorum, è un accorto, affinato meccanismo di indagine
interdisciplinare, che attende il suo proseguo, in questo e nei prossimi
quattro anni, per giungere al miglior risultato possibile nell’indagine universitaria,
professionale, dedita ai nuovi quesiti che bioetica, filosofia, antropologia,
scienze mediche, ingegneristiche, giuridiche, teologiche, interreligiose e
multiculturali, sottopongono ai loro strumenti per rispondere all’esigenza di
avvicinarsi maggiormente all’uomo di questo secolo, quello che, per certi
versi, non disdegna anche un suo superamento.
Il punto di contatto con gli studi del
neurochirurgo torinese, Sergio Canavero, circa il trapianto di testa su essere
umano, i quali hanno sospinto un preponderante sconvolgimento intellettuale su
questa normalizzazione dell’ibrido, prende posizione proprio in quest’ultimo,
ovvero nell’intersezione fra l’essere umano “noto” e l’essere umano che
probabilmente dovrà conoscersi in maniera differente, grazie alla tecnologia.
Il dott. Stefano Mazzoleni, docente e
Coordinatore del Laboratorio di Bioingegneria della Riabilitazione, con il suo
intervento intitolato «L’interazione uomo-macchina: possono robot e
intelligenza artificiale contribuire a migliorare la nostra qualità di vita, in
particolare, la qualità di vita di persone con disabilità?», si è occupato, con
grande competenza, di orientare i partecipanti entro la logica dell’ingegneria
robotica applicata all’aiuto del fruitore, soprattutto dei pazienti con
difficoltà a gestire anche solo la routine giornaliera, in seguito ai limiti
fisici imposti. La premura rivolta a tali esigenze spinge nella direzione del
servizio, ovvero il carattere più vicino allo spirito di una biorobotica
affacciata al bene della persona. Un simile interesse della robotica nelle sue
applicazioni e dell’etica verso l’applicabilità, nasce recentemente con
l’avvento di una nuova ingegneria orientata alla fruibilità dei prodotti oltre
il contesto strettamente industriale-meccanico, fino alle case delle famiglie,
dei cittadini, l’uso domestico di un ente costruito per entrare in relazione
con i bisogni della persona (elemento dapprima progettato quasi esclusivamente
per ottemperare a fatiche, lavori complessi di tipo industriale).
Una
rivoluzione, tanto recente quanto rapida, pone alla base della sua finalità
l’osservazione dei fenomeni, che nel caso trattato implica accorgersi
dell’aiuto, tacitamente/esplicitamente espresso o semplicemente vissuto, per
sollevare dall’ostacolo. L’origine stessa del termine “robot”, derivante da “robota”, rimanda al lavoro pesante,
indice della natura insita nell’interazione funzionale-collaborativa con lo
sforzo umano, cooperazione che non deve (o dovrebbe) proporsi come scopo la
sostituzione per l’ottimizzazione, ovvero l’efficienza che toglie alla dignità,
ma bensì il supporto al soggetto pensante, vero protagonista. «Osservare la
natura per capirne le esigenze, sulla scia di quanto fatto da Leonardo da Vinci»,
educare i futuri ingegneri al modello rinascimentale della loro professione,
che vedendo traumi o disabilità sappia trarne l’occasione per porre le abilità
individuali al servizio. Imprescindibile far proprio questo assunto fondante
della biorobotica che ha a cuore la dignità e il bene della persona;
indispensabile poiché senza simili traiettorie il poter fare cede alle cause
del suo nascere, ovvero il saper creare entra in accordo con la probabilità di
distruggere/minacciare l’uomo, un rischio che viene a considerarsi perciò accettabile.
Un sunto critico di importante valore per attutire l’impatto ambivalente che la
biorobotica suscita, mediante la cinematografia o la letteratura, ambedue
storicamente influenti nel genio creativo che, dagli anni ’80 con un’impennata
decisiva poi negli anni 2000 fino ad arrivare al presente, suggerisce nuovi
obiettivi. Dal 2000 con la «bioispirazione» ha preso forma un argilloso terreno
dalle moltissime capacità finora poco esplorate: come generare il movimento
mediante sensori; chiedersi perché dall’osservazione degli enti naturali e
animali non assolverne i limiti tramite la replicazione robotica degli stessi;
e così attraversando la robotica rigida, agli albori, fino alla neurorobotica e
alla “robotica soft”, una «rivoluzione oggi in atto» affinché si scavalchi la
rigidità del meccanismo rendendolo a sua volta più adattabile al contesto
d’azione (si è fatto l’esempio dell’intestino). Biorobotica, attualmente, per
la chirurgia significa avere del materiale scientifico sperimentato,
sperimentabile, in grado di spiegare l’impianto medico di organi ed arti
artificiali laddove assenti, richiamando a stretto contatto medici,
ricercatori, scienziati, ingegneri il cui lavoro sarà un miglioramento
qualitativo della vita dei pazienti per i quali la biorobotica costituirà un
vantaggio (es. mano robotica, della quale il dott. Mazzoleni ha evidenziato,
semplificandolo per la comprensione dei non addetti, il funzionamento, che si
potrebbe riassumere nell’intercettazione dell’impulso elettrico, grazie allo
studio dei segnali nervosi, riferente l’intenzionalità di muovere la mano
robotica così come consuetudine vuole si muova quella umana). Incisioni più
piccole, ospedalizzazione più breve, rischio di infezioni ridotto, dolore
minore, tempi di guarigione più veloci, biorobotica in sanità si traduce anche
in questi e tanti altri vantaggi recanti un bene difficilmente a dirsi
marginale sotto molteplici termini.
Asimov, “I, robot”, le tre leggi,
futuristiche visioni distopiche di mondi distanti quali naturale ed artificiale
che coabitano un solo corpo, un’unica identità o dimensione, sposta
l’immaginario collettivo fra incubo e sogno, timore e speranza. Tensione
inconciliabile considerata l’inconoscibilità tanto delle conseguenze
prevedibili e imprevedibili quanto dell’animo umano, volto al bene e non sempre
memore di quale esso sia realmente. Da un lato l’esperto risponde liberando il
territorio da angosce legate all’autonomia del robot, l’uscita dal controllo
calcolato, serenità che deriva dalla costruzione di una macchina umanoide, la
quale può agire (secondo dettami dell’umano) ma non è in grado di volere; essi,
infatti, apprendono ciò che il loro creatore vuole far loro conoscere. Non c’è
curiosità. Emblematico dualismo radicale fra mente pensante e corpo, hardware e
software.
Considerare il robot
come utensile non spaventa, ma pensarlo in vicinanza alla specie umana, questo
crea scompiglio, ciò che il prof. Mazzoleni ha citato come “Uncanny valley”, valle perturbante, una «brusca
caduta» in quel luogo dove si perde la familiarità serena con oggetti dalle
sembianze eccessivamente umane. Finora si è trattato di aspetti tecnici e di
discipline scientifiche, il cui sapere in commistione per ammortizzare
l’avvicinamento fra uomo – macchina seguendone l’apporto positivo, non
esaurisce quel sentimento di estraneità che l’incertezza, di cui parlato
pocanzi, prolifica.
Si chiede, in questa sede, alla bioetica, una funzione
cuscinetto grazie alla riflessione critica e razionale che il dialogo fra
settori di ricerca vicini o lontani sa edificare quando l’oggetto è un
soggetto, cioè la persona. Rincuora l’apporto benefico che, robotica insieme ad
intelligenza artificiale, stanno compiendo ed anzi sono destinate a coltivare,
ciò non toglie che la vigilanza etica preventiva non debba degenerare nella
banalizzazione della stessa: riabilitazione, terapia, cura e supporto
tecnico-lavorativo, sembrano non essere discutibilmente date, occorre piuttosto
considerare l’ipotesi che non tutti i movimenti filosofico-scientifici abbiano
a cuore il bene integro della persona, agendo di conseguenza secondo la misura
del vantaggio produttivo, potenziativo o efficientista, seppur questo dovesse
costringere a considerare l’uomo come ente non dissimile da ciò che ciascuno
nella sua natura voglia trovarci, che è poi l’ardente sottosuolo ribollente del
pensare il «supporto senza il conforto» come baluardo dell’innovazione,
esercizio contrario allo spirito di servizio del quale si è immediatamente
definita l’importanza nel presente incontro. Dialogare sull’insostituibilità
della presenza umana nella convivenza con la tecnica è la strategia proattiva
messa in atto da questo primo, ricchissimo, appuntamento, il cui spirito
risiede esattamente nell’abitare quanto sappiamo insieme a ciò che ancora
rimane in attesa.
Prossimo appuntamento, venerdì 23 novembre, ore 17:00, aula Magna (secondo piano) dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.








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