di Alberto Carrara, LC
Non
c’è dubbio, almeno per la cinematografia contemporanea, la scommessa è vinta: il
futuro è in mano ai robot! Basti considerare film come Automata (2014)
e i recentissimi Humandroid-Chappie (2015) ed Ex Machina (2015),
per capire che gli scenari fantascientifici sono soltanto un riflesso dei
notevoli progressi che in questi ultimi decenni ha compiuto quella simbiosi
sempre più stretta tra tecnologia e neuroscienze. Di questo si tratta!
Per avere una breve idea del progresso tecnologico legato alla robotica e alla
cosiddetta “umanizzazione” della stessa, consiglio gli 11 brevi minuti
del video caricato su YouTube il 6 maggio di quest’anno dal canale “Think Robotics”
col titolo emblematico di “Top 5 Humanoid Robots of 2015”.
Mercoledì
8 luglio, all’interno dell’inserto “Tutto Scienze & Salute” a p. 29 del
quotidiano La Stampa, Lorenza Castagneri intervistava l’ingegnere
informatico Barbara Caputo che recentemente si è
aggiudicata lo Starting Grant dello European Research Council, il fondo
europeo per la ricerca: un bel milione e mezzo di euro in cinque anni per una ricerca d’avanguardia in quello che
sembrerebbe una sorta di “umanizzazione”
dei robot. Ma sentiamo un pò quello che afferma la dott.ssa Caputo
nell’intervista.
Innanzittutto, la cornice che apre e chiude l’articolo
intitolato “Sono la maestra dei robot:
con algoritmi e Internet li trasformerò in amici”. Così la sfida di Barbara
Caputo ha convinto l’Europa, è quella dell’evoluzione dei robot a servizio degli esseri umani.
Lungi dal riprendere scenari trans e post-umanistici alla Dmitry Itskov e il suo progetto 2045 o tesi alla Nick Bostrom, l’articolo-intervista si
apre invogliando il lettore ad avere un robot di ultima generazione in casa: “Si
dice sempre più spesso: il futuro è dei robot. Macchine intelligenti, capaci di dare una mano agli anziani, di
assistere disabili e malati, di aiutare gli umani in tanti compiti diversi. A
casa, in ospedale, a scuola. Una realtà che si avvicina, ma perché si
concretizzi nel quotidiano è necessario fare un passo in più: permettere ai
robot di acquisire nuove nozioni in
autonomia, come fanno le persone in carne e ossa, senza dover sempre
osservare e imitare qualcuno” (La Stampa,
8 luglio 2015, p. 29).
Viene poi introdotta e
presentata la ricercatrice italiana: “Capire come riuscirci è la sfida di Barbara Caputo, professoressa di
Ingegneria informatica della Sapienza di Roma, con esperienze di lavoro in
Germania, Usa, Svezia e Svizzera e alle spalle un lungo lavoro
sull’apprendimento continuo nei robot. Il suo progetto - «RoboExNovo Robots
learning about objects from externalized knowledge sources» - si è aggiudicato
lo «starting grant» dello European Research Council, il fondo europeo per la
ricerca: un milione e mezzo di euro in cinque anni. Allo studio, che si
svolgerà al laboratorio «Alcor» del dipartimento di Ingegneria informatica
automatica e gestionale della Sapienza, collaboreranno una decina di
specialisti”.
Inizia l’intervista con la
prima e la seconda domanda legate alle “due modalità” di “apprendimento” degli
odierni robot. Sottolineo nel testo concetti filosofici importanti che spesso
vengono utilizzati senza le dovute distinzioni, le corrette contestualizzazioni
quando si parla in modo analogico
delle cosiddette “tre menti”, cioè
quella umana (il “modello” o princeps analogatum), quella animale e
qualle delle macchine:
![]() |
| Scena del film Humandroid-Chappie (2015) |
“Professoressa, lei vuole superare le tecniche
attuali utilizzate dai robot per imparare concetti nuovi: che cosa non
funziona?
«Oggi l’apprendimento avviene in due
modi. Il primo è l’esperienza:
il robot si comporta come un bambino piccolo. Afferra ogni oggetto che gli
capita e lo studia, lo esplora, può anche sbatterlo per terra, finché non capisce come si utilizza e qual è la
funzione. Dal punto di vista commerciale, però, questo non funziona: nessuno
sarebbe contento di acquistare un robot che può distruggere ogni nuovo oggetto
che gli capita tra le mani».
E il
secondo approccio? Anche quello ha dei limiti?
«Sì. Si tratta della trasmissione diretta di conoscenza da parte
dell’essere umano. Può avvenire “inserendo” delle nozioni all’interno della macchina oppure c’è una persona che
parla, spiega e mostra qualcosa e il robot ascolta, guarda e comprende. O, ancora, c’è qualcuno che,
per esempio, prende un braccio del robot e lo solleva, finché il movimento non
diventa autonomo. Ma questa è una soluzione parziale: il robot incontrerà prima
o poi dei concetti mai sentiti prima
o di cui non ha avuto esperienza, senza avere la possibilità di reagire
all’imprevisto»”.
Barbara Caputo a
questo punto, sollecitata dall'intervistatrice, si spinge molto in là nel
discorso, prevedendo una vera e propria “umanizzazione” dei robot allo stile
del film Humandroid, nel quale il robot Chappie, dotato di un super algoritmo
che lo rende cosciente, inizia a “vivere” come un “vero” e proprio essere umano.
“E allora come può riuscirci? Qual è l’alternativa? «Acquisendo la capacità di imparare in
modo continuativo, autonomo e astratto.
Proprio come fanno gli esseri umani»”.
Se quest’affermazione farebbe rizzare i capelli a
molti scienziati e filosofi realisti, nell’ultima parte dell’intervista, la
Caputo ridimensiona la questione, facendo capire che i termini
utilizzati nel discorso non vogliono avere tutto il peso “concettuale” e
filosofico che sottendono (almeno , spererei!) e rendendo concreto il suo
progetto di ricerca: “Per esempio leggendo un libro? «Esatto. Ma il nostro progetto
utilizzerà Internet come fonte d’informazione. D’altra parte, questo è un
database privilegiato: il bacino di dati è più vasto, i contenuti sono
aggiornati praticamente in tempo reale e ci sono moltissime immagini che facilitano
la catalogazione di nuove nozioni». Come si realizza
l’obiettivo? «Lavoreremo
per elaborare una serie di algoritmi e anche una teoria che permetta alle
macchine di fare tutto questo. Non abbiamo un modello di robot di riferimento.
Il nostro sarà un software adattabile a diversi tipi di sistemi: dall’iCub,
realizzato dall’Istituto italiano di tecnologia, a quelli messi a punto da
aziende private. È uno studio altamente innovativo e avere cinque anni a
disposizione ci permetterà di provare strade mai tentate prima, magari anche
sbagliando, con la sicurezza che c’è il tempo di cambiare rotta»”.
![]() |
| Scena del film Automata (2015) |
Alla fine, si ritorna allo scenario ben più realista
da cui si era partiti nell'introdurre la questione di fondo di quest’articolo-intervista
in cui le macchine, lungi dal sostituirci in termini di progresso evolutivo,
ma ci “servono” come degli “schiavi” ben addomesticati: “Come sarà il
suo robot ideale? «Non
penso che riusciremo a portare un robot in ogni casa entro la fine del
progetto, ma spero che lo studio aiuti la loro diffusione in contesti più
aperti, come in ospedale». Che cosa farà in corsia? «Per esempio, porterà via i
vassoi del pranzo e della cena senza rischiare di buttare via occhiali,
cellulari o mazzi di chiavi appoggiati sopra. Il robot saprà distinguere gli
avanzi di cibo da oggetti estranei. Non solo. Tornerà dal paziente e chiederà:
“Sono suoi questi occhiali?”»”.
Il futuro resta nostro, degli umani! Certo, che costruiscono ed inventano robot e algoritmi sofisticatissimi, ma sempre umani!




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