di Alberto Carrara, L.C.
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)
Un essere
umano come me e te può provare simpatia per un robot? Certamente sì, basta
ricordarsi della propria infanzia, forse non tanto lontana.
Ma provare
empatia per un complesso di acciaio, anche se sofisticato como un umandroide, è
realmente possibile?
Sembrerebbe
proprio che la risposta sia affermativa. Lo dimostra lo studio neuroscientifico
pubblicato quest’oggi (3 novembre) sulla rivista Scientific Reports.
La ricerca che
ha impiegato una tecnologia neuroscientifica denominata EEG, elettroencefalografia, porta la firma di un gruppo di
scienziati giapponesi. Non poteva essere altrimenti, visto e considerato che le
più grandi evoluzioni tecnologiche applicate alla robotica, in particolare,
alla produzione di umandroidi, viene proprio dal Giappone. Non può sfuggire
agli esperti nel settore della “roboetica” e del “post-umanismo” che il dottor Iroshi Ishiguro è giapponese.
L’articolo, intitolato nell’originale “Measuring empathy for human and robot hand pain using
electroencephalography” (Scientific Reports. Published online
November 3 2015 doi:10.1038/srep15924), costituisce la prima evidenza
fisiologica, meglio, neurofisiologica, della capacità umana di stabilire un rapport empatico, meglio sarebbe
definirlo “una certa relazione
neuro-empatica” con un supposto
e immaginato “dolore” di un robot.
A 15 individui umani è stato richiesto
di osservare sia fotografie di uomini che di robot (mani umane e “braccia
robotiche”) in situazioni di evidente “dolore”, come ad esempio, azioni di
taglio delle dita, etc. I 15 soggetti volontari venivano monitorati attraverso
un sistema EEG. Tralasciando i dettagli tecnici che si possono leggere
nell’articolo originale disponibile gratuitamente online, i ricercatori giapponesi hanno concluso che i dati ottenuti
suggeriscono che l’essere umano è capace di empatizzare, e di fatto lo fa con
un robot umandroide. Questo processo che tecnicamente rientra all’interno dei
meccanismi di controllo e regolazione denominati “top-down”, risulta però più
intenso e stabile quando le immagini si riferiscono a braccia umane ferite,
rispetto a situazioni in cui è coinvolto un robot.
Ecco qui un altro dato neurobioetico ed
antropologico su cui riflettere.


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